IL FILM MESSO AL ROGO PERCHE’ FA TROPPO RIDERE

Le recensioni, a essere generosi, possono dirsi “tiepide”. A voler abbracciare la realtà, bisogna riconoscere che sono pessime. Più quelle americane (e inglesi) che quelle italiane. Qui da noi, i critici hanno camminato sulle uova, producendosi in proposizioni circospette come “risultato non dei più convincenti” e spolverando aggettivi come “strampalato” e “frivolo” (anche se qualcuno non ha esitato a parlare di “confusione senza senso”). Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna non sono andati per il sottile: “esperienza vuota”, “uno dei film peggiori degli ultimi dieci anni”, “privo di umorismo in maniera angosciante”.

Diciamolo: un film così brutto vien subito voglia di vederlo. Peccato che, ponendoci nell’atteggiamento di chi cerca conferme a un’impressione negativa già coltivata, o di chi spera nel gusto dell’orrido, rimarremmo delusi.

“Unfrosted”, il film di Jerry Seinfeld in programmazione su Netflix, non è affatto brutto o deludente e neppure “angosciante” o “confuso”. Certo, non sarà “Il settimo sigillo” e neppure “A qualcuno piace caldo”, ma se alla critica non è piaciuto la ragione non sta nello scarto, certo molto ampio, che separa Seinfeld da Ingmar Bergman e Billy Wilder, quanto nell’abisso che divide la critica contemporanea da una finalità del cinema tristemente dimenticata: quella del divertimento, della risata, della comicità che basta a se stessa. Le recensioni vanno dunque ribaltate: è la critica, non “Unfrosted”, a essere “strampalata” e “vuota”, sono gli esperti a essere “privi di umorismo” e “non dei più convincenti”.

Non da oggi la critica cinematografica incappa in errori clamorosi (basta leggere il libro di Alberto Anile “Orson Welles in Italia” per scoprire con imbarazzo cosa scrisse la nostra stampa di “Quarto potere”), ma qui c’è di più. C’è una perdita di memoria, un distacco dalla storia, pur non lunghissima, del cinema, e un’incomprensione del meccanismo emotivo umano che deriva, forse, dal corto circuito autoreferenziale nel quale la critica, non solo cinematografica, ha finito per rinchiudersi.

A questo punto è forse il caso di fornire un poco di contesto. Jerry Seinfeld è un comico americano di larga fama e larghissimo successo. Negli anni Novanta la sit-com a suo nome ha riscritto le regole del genere e interi brani di dialogo tratti dai suoi episodi sono entrati nel linguaggio comune degli americani. In seguito, Seinfeld si è dedicato a spettacoli dal vivo, sempre di grande popolarità, e ha concepito, per Netflix, una singolare serie intitolata “Comedians in cars getting coffee”. In tutto questo, gli va riconosciuto di non aver mai perso la passione, verrebbe da dire la devozione, per la comicità: suo scopo è far ridere attraverso un umorismo fatto di osservazioni brillanti sulla realtà. Così ha fatto con la sua sit-com, così fa ancora oggi: “Unfrosted” lo dimostra.

Seinfeld ha messo in piedi una commedia che racconta in chiave umoristica una storica battaglia industriale, quella tra Kellog’s e Post, per i prodotti da piazzare a colazione sulla tavola degli americani. Duello che vide Kellog’s imporsi con la produzione della “Pop-Tart”. Poiché tutta la faccenda si svolse nei primi anni Sessanta, Seinfeld immerge la sua storia in quell’epoca traendone spunti di ilarità. Purtroppo per lui, la critica lo condanna per essersi “accontentato” di far ridere.

“Unfrosted” non consegna messaggi sociali, non educa, non analizza le contraddizioni del capitalismo, non combatte il razzismo né l’omofobia e non produce profonde annotazioni sulla fluidità di genere, forse perché, concentrato sulla missione di far sorridere, non sente l’obbligo di affrontare tali importantissimi argomenti. E questo la critica non può perdonarlo: non tanto perché scorga un’autentica lacuna nel film, quanto perché non capisce più come si possa fare qualcosa senza ripetere meccanicamente la lezione – questa sì sempre più “vuota” – del giusto, dell’equo e del solidale. Tanto più che di recente, in un’intervista al New Yorker, Jerry Seinfeld ha accusato “l’estrema sinistra” di aver rovinato la comicità televisiva con l’ossessione del politicamente corretto, ovvero con “la paura che una battuta possa offendere qualcuno”.

Eppure, per anni e anni, la gente ha tratto piacere e giovamento dalla pura comicità di personaggi come Stan Laurel e Oliver Hardy, Jerry Lewis, i Monty Phyton, Totò, Franco e Ciccio e perfino i Brutos. Tutta gente che oggi non potrebbe muovere un muscolo, tanto meno azzardare una battuta. Per fortuna la loro assenza ci ha consegnato un bel mondo equo e solidale. Anche se dentro non c’è rimasto niente da ridere.

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