IL DOPO-MASCHERINA SI CHIAMA OMBRELLO

di MARIO SCHIANI – Mentre in questo singolare Paese, che è l’Italia, il Coronavirus è già stato assimilato all’infinito dibattito, ovvero all’eterno talk show delle nostre vite, diventandone parte integrante e, anzi, ennesima occasione di divisione e faziosità, in altre parti del mondo, certamente più noiose e prive di senso polemico, si cercano soluzioni al dilemma che la realtà sembra imporre: continuare a vivere e nello stesso tempo difendersi dal possibile contagio.

Capirete che questo atteggiamento non aiuta ad alimentare quel sano clima da derby che, invece, qui da noi divide allarmisti e negazionisti, virologi e tenori, critici d’arte e mezzibusti, juventini e interisti, settentrionali e meridionali e, naturalmente, guelfi e ghibellini. Ma – pare incredibile – non tutto il mondo è campanile e ci sono nazioni in cui il problema viene affrontato in termini meno battaglieri e più pratici.

Il risultato, qualche volta, è sorprendente. Al punto da risultare perfino buffo. In Giappone, per esempio, hanno scoperto che un accessorio scontato quanto umile come l’ombrello può essere rivalutato come strumento utile al mantenimento del distanziamento sociale. Attenzione: questo non vuol dire che i giapponesi vadano in giro ficcando la punta del parapioggia negli occhi di chi si avvicina troppo. Hanno invece scoperto che, aprendolo, l’ombrello crea in automatico uno spazio-cuscinetto tra persona e persona. La circonferenza dell’accessorio rappresenta lo spazio privato di chi lo regge: purché non si inviti nessuno a entrarvi, la distanza di sicurezza anti-Covid è garantita e l’impiego della fastidiosa mascherina non è più così pressante.

La scoperta, assicurano in Giappone, si sta rivelando utile soprattutto nell’affrontare uno dei nodi più delicati: la riapertura delle scuole. Escluso l’impiego dei mezzi pubblici – specie in centri popolosissimi come Tokyo e Osaka –, i bambini vanno a scuola a piedi, in gruppi organizzati: per garantire si tengano a distanza, ecco che ciascuno viene dotato di un ombrello. Siccome i bambini sono bambini anche in Giappone, qualche industrioso ha pensato bene di fabbricare ombrelli a prova di incidente: la punta è dunque di legno arrotondato e così sono anche le estremità delle bacchette, forgiate, peraltro, non in metallo ma in un materiale elastico come la fibra di vetro. Un sistema simile viene applicato anche in alcune zone della Cina: invece degli ombrelli, si fa ricorso ai tradizionali cappelloni conici di bambù intrecciato, tipici dei contadini delle risaie.

Insomma, mentre da noi si discute sui banchi a rotelle e ancora non si è deciso se farli collaudare da Vettel o da Leclerc, gli orientali sembrano avere indirizzato i propri sforzi verso soluzioni più semplici e, nella loro originalità, sorprendenti.

Non è detto che risolvano tutto, intendiamoci. Al momento il Giappone sta registrando un aumento dei contagi – che comunque rimangono limitati: circa 38mila positivi e poco più di mille morti (fonte Oms) in un Paese di oltre 120 milioni di abitanti – e non è affatto detto che aprire l’ombrello li farà calare drasticamente. Sembra tuttavia di poter spendere una parola di elogio per lo spirito pratico e creativo con il quale l’emergenza viene affrontata e, soprattutto, per la singolare certezza che basti aprire un ombrello per creare uno spazio sì virtuale ma anche socialmente inviolabile. Dubito che da noi accadrebbe lo stesso. Forse non ci sarà bisogno di metterci alla prova se, come credo stia accadendo, i più continueranno a usare la testa e a prendere ragionevoli precauzioni.

Idee come quella dell’ombrello sono però interessanti: contribuiscono ad affrontare l’emergenza aiutandoci a vivere in libertà di movimento. Senza offrirci, questo è vero, occasione di sussiegosi dibattiti sulla sacralità della Costituzione e di burbanzose considerazioni sul rapporto individuo-società-Stato, ma con una certa divertente grazia. Oltretutto, dovesse mettersi a piovere, eviteremmo di bagnarci. Provateci voi a ripararvi sotto un talk show.

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