I SOCIAL MUTANO COME IL VIRUS

di LUCA SERAFINI – Le buone notizie sono altre, questo è l’assunto di partenza. Micol Sarfatti, comunque, in questi mesi irreali un lato positivo lo ha colto: la giornalista di “7”, inserto del “Corriere della sera”, ha scritto nell’ultimo numero a proposito dell’evoluzione del linguaggio social, durante (e chissà, forse anche dopo) la pandemia.

Con attenzione ed evidente conoscenza della materia, Micol ha preso atto di un crollo dell’autoreferenzialità a vantaggio di contenuti di maggior spessore.

La riflessione non va trattata con ironia. Gli infastiditi dai social e dalla loro espansione vivono già un distanziamento per scelta consapevole. Si può esistere senza social, come addirittura senza televisione e senza quotidiani. La mia riflessologa plantare lo fa da anni e non è una persona diversa o peggiore o limitata, anzi ha una mente aperta come pochi perché da sempre sopperisce al silenzio della sua casa con la musica classica e i libri. Resta pur sempre un distanziamento, però.

L’interazione attraverso i social ha creato un modo di comunicare che ha assorbito a piene mani nel suo “texting”, così come viene definito il linguaggio dei messaggi elettronici, dove – un esempio per tutti – “che fai?” è diventato “k fai?”, piegandosi alla prima regola della concisione e della rapidità che ha generato l’utilizzo di acronimi ed emoticon a bizzeffe.

La pandemia sembrerebbe aver rilanciato invece forma e sostanza, accogliendo fisiologicamente le suppliche dei linguisti per un ritorno alla purezza: la necessità di farsi capire bene in un momento in cui insofferenza e suscettibilità sfiorano i nervi di tutti, ha migliorato (o semplicemente ingentilito) il lessico degli influencer. Punto uno.

Punto due, quello più incoraggiante. Gli influencer delle ricette griffate, del fitness domestico olimpico, dei sederi e dei capezzoli, degli smalti, dei tatuaggi e dei sorrisi a gallina, stanno perdendo terreno a vantaggio di contenuti più pregnanti: scienza, medicina, filosofia, natura, musica, arte, letteratura conquistano un buon numero di “like” in queste settimane apocalittiche.

Il punto focale resta la distinzione. E questo è il terzo e ultimo punto. Fedez e Chiara Ferragni, a inizio quarantena, sono stati tra i primi ad attivarsi nel minato territorio della solidarietà, che ha finito con l’esplodergli in faccia. Massacrati per la colpa di aver raccolto fondi, a cavallo tra febbraio e marzo, serviti a costruire in soli 8 giorni un reparto di terapia intensiva. Stranezze del nostro fragile Paese.

Fedez e la Ferragni rappresentano uno dei totem più potenti del mondo social, ma sono evidentemente i demoni per chi detesta il guado tra reale e virtuale. Questo è un errore: i social sono un mondo reale, eccome: anche qui è la reputazione a fare la differenza. La reputazione comprende linguaggio e comportamento. E non venitemi a dire che sono deprimenti i 2 milioni di follower di Fedez contro le poche centinaia o migliaia di famosi letterati. Mio padre leggeva Victor Hugo e Thomas Mann, ma ogni settimana – rubandolo alle mie sorelle – si divorava “Stop”, che vendeva a rotta di collo e fu forse il primo periodico a occuparsi di gossip, sempre arricchiti con foto di sederi e capezzoli dei Fedez e delle Ferragni dell’epoca. Epoca in cui i paparazzi dovevano inseguire con sudore quei faticosi scoop, oggi serviti invece al self-service dei 140 caratteri. Pare, dico pare (e lo dice anche Micol Sarfatti) che la cosa stia prendendo una piega diversa. Pare, dico pare, diversa e migliore.

Quelli come me (e com’era mio papà…) non hanno repulsioni o insofferenze: stiamo sui libri e sui social, stiamo con Fedez e con Sepulveda. Senza avvertire traumi nel linguaggio globale, attenti solo a distinguere nei contenuti.
“Il mondo è cambiato, io no”. (L’amore ai tempi del colera, Marquez). A proposito.

Un pensiero su “I SOCIAL MUTANO COME IL VIRUS

  1. Irene dice:

    È esposta a meraviglia la realtà quotidiana di questo momento, forse lo era anche prima ma non così pregnante per mancanza di tempo. Ora il tempo c’è e lo si occupa anche di più attraverso i social per sentirsi vivi in questa pesante realtà quotidiana che ogni tanto sembra essere un incubo. Irene

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