I SERI PROBLEMI DEI NEGAZIONISTI

di MICAELA UCCHIELLI (psicologa e psicoterapeuta) – Ricorderemo quest’anno, il 2020, come l’anno di una reclusione traumatica e forzata nelle abitazioni, giocato in difesa da un virus che è entrato con prepotenza nelle nostre vite, molte delle quali, troppe, si è portate via.

Mentre ancora cerchiamo di dare senso a quanto ci ha travolti, impattando sulla nostra quotidianità e stravolgendola, raccogliamo una ad una le macerie di questo terremoto virale, rimettendoci in moto e in viaggio, a fatica. Molti di noi sono stati e sono ancora, giustamente, spaventati.

Molti ma non tutti. Alcuni sostengono, piuttosto, che il virus non esisterebbe e che la mascherina che indossiamo per difendercene non sarebbe che un bavaglio. Chiamiamoli col loro nome, per citare Guadagnino ed il suo meraviglioso e recente film, si tratta dei negazionisti, eretica corrente nelle cui acque si mescolano tratti perversi e paranoici, producendo pericolosi gorghi.

Col termine negazionismo si intende designare un atteggiamento che consiste nel negare, contro ogni evidenza, un fatto accertato, sostituendo la realtà negata con una alternativa.

I negazionisti si fanno così bastare le poche prove a sostegno delle loro teorie, criticando aspramente le altre. Potremmo dire che domandino una scienza perfetta, una scienza non bucata, in base all’equivalenza per cui non sapere tutto equivale a non sapere niente. Ma una scienza perfetta non esiste in quanto ogni sapere, come la psicoanalisi insegna, è un sapere barrato, un sapere cioè incompleto, che non può sapere tutto.

Poiché la comunità scientifica non conosce ogni sfumatura del Covid ma procede per tentativi ed errori, ecco che, per il negazionista, non siamo che cavie delle grandi case farmaceutiche, soggetti su cui sperimentare un vaccino che curerebbe un virus mai esistito o prodotto per mano dell’uomo, vittime di un Governo che ci limita nelle nostre libertà personali, invitandoci ad un distanziamento sociale interpretato come pericoloso rischio di distanziamento umano. E molto, molto altro. Basta connettersi col mondo, reale o virtuale, per trovare di tutto.

Come è possibile, viene da domandarsi, negare una realtà fattuale? Quale meccanismo psichico interviene? Facciamo chiarezza, proviamoci almeno.

Il Covid è stato un trauma in quanto evento inatteso e fuori senso; dal trauma, per la psicoanalisi, il soggetto si difende in tre modi.

Rimuovendo, cioè dimenticando, apparentemente però, poichè il rimosso torna in vari modi alla coscienza attraverso sintomi, sogni lapsus: siamo nel campo della nevrosi.

Forcludendo, il termine è di Lacan, ossia rigettando ciò che fa trauma. Siamo nella psicosi e, per capirci, è come se ci trovassimo davanti ad uno sgabello a tre piedi dove il piede mancante è quello che garantisce al soggetto la stabilità necessaria perché la realtà sia un luogo abitabile.

Infine, rinnegando, non volendo riconoscere cioè un aspetto della realtà che si presenta come particolarmente angosciante. Potremmo tradurlo così: ho visto ma non ne voglio sapere. Sconfesso la realtà. Siamo nell’ambito della perversione.

Negare la pandemia, nello specifico, riducendo il fenomeno ad una semplice influenza, negarne gli effetti devastanti è un non volerne sapere e anche un non voler vedere che tocca non solo il piano collettivo ma anche quello individuale: non rispettare l’isolamento domiciliare ad esempio, sfidare le regole, costruire leggi personali. Domandiamoci allora: cosa angoscia il negazionista e da cosa, dunque, si difende?

La malattia e la morte rimandano alla frangibilità dell’esistenza, il contrario di quella potenza a cui, perversamente, il negazionista non vuole rinunciare, e che chiama in causa, quella presunta, della madre. Il Covid impone allo sguardo la stessa evidenza del corpo materno sprovvisto del fallo ed entrambe le visioni evocano la stessa angoscia di quella punizione divina, paterna, di cui parla Filaret. Bene, per quanto rassicurante sia l’idea, le madri non ce l’hanno. E’ innegabile. Innegabile come il Covid.

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