I GRATTACAPI DEL PICCOLO GENIO

Laurent Simons

di MARCO CIMMINO – Che ne sapete voi di cosa voglia dire essere un piccolo genio? Di fronte alla storia del bambino belga che, a undici anni, si è laureato in fisica e che vorrebbe progettare organi artificiali per allungare la vita dei nonni, si può provare ammirazione come raccapriccio: esattamente come di fronte a qualunque fenomeno fenomenale. Ma solo un genio può comprendere cosa significhi essere un genio: cosa voglia dire trovare invece che cercare.

Certo, guardando la foto del brillante giovanotto, si potrebbe rafforzare l’idea che i geni, in fondo, siano tutti un po’ stronzi o, nella migliore delle ipotesi, un filino antipatici: ma non fermatevi alle apparenze di un bambinetto messo sotto i riflettori e assurto agli onori delle cronache.

Un genio è, innanzi tutto, uno che si annoia terribilmente: passa la vita ad aspettare che gli altri arrivino a capire quello che lui ha compreso in un istante. Soprattutto in una scuola come la nostra, in cui bisogna aspettare che anche l’ultimo dei somari capisca che due più due fa quattro, il nostro genietto si romperebbe le scatole clamorosamente, sbufferebbe, e farebbe disegnini sul quaderno, per ore.

Per sua fortuna, il nostro genio è di Anversa: e lì, se hai il quoziente intellettivo di Leonardo da Vinci, mica ti costringono a ripetere per vent’anni “rosa, rosae”. Ti iscrivono all’università a dieci anni e hop!

E, poi, un genio è esposto ben più della gente normale alle balestrate della sorte: ha una sensibilità amplificata e sente più degli altri il bene e il male. E non c’è dentifricio che tenga. Più uno è capace di cogliere la realtà che lo circonda e più rischia di soffrire: lo garantisce Giacomo Leopardi, che era uno che se ne intendeva.

Senza contare tutto l’apparato di aspettative, di autostima, di ansia da prestazione, che è il corollario di ogni genio che si rispetti. Insomma, prendete da un genio quello che può darvi, ma non stategli addosso, non levategli il respiro. E nemmeno commettete l’errore di fare finta che sia un bambino come gli altri, quasi che la sua intelligenza fosse un orripilante difetto fisico che meriti la nostra attenta compassione: lui sa di essere migliore e non ci cascherà. Perché qualunque cosa voi pensiate, lui l’ha già pensata: è sempre un passo avanti a voi.

E, al contempo, è un bambino, fatto come tutti gli altri bambini: non è che, per il fatto che uno sia un genio, a undici anni non gli piacciano i gelati e adori il whisky torbato.

Insomma, trattatelo da genio, ma da piccolo genio. Ad esempio, questa idea di progettare organi per allungare l’esistenza fisica dei suoi nonni, non è un ragionamento da genio: è un ragionamento da bambino cui hanno insegnato che ha delle grosse responsabilità verso se stesso e gli altri, per la sua intelligenza spropositata. E il bambino applica il suggerimento degli adulti a ciò che ha caro: i suoi nonni.

Scommetto mille euro contro un fagiolo che la commovente boutade non è farina del suo sacco. Perché ci piace pensare che un genio sia come ce lo immaginiamo: come lo vogliamo noi, ovvero bravo e buono. Perfino il cattivissimo Lex Luthor, modello del genio del male, in fondo è buono: specialmente nella sua versione giovanile.

Invece, io mi auguro che il nostro Laurent, il nostro fenomeno da baraccone portatile, sia un po’ buono e un po’ cattivo, come tutti i bambini, come tutti gli esseri umani, di tutte le età. Avrà tempo per imparare a stare al mondo: per riconoscere la pietà e il dolore, il pentimento e la vergogna e, perché no, l’amore. Che sono tutte cose che non dipendono dal cervello, ma dall’anima. Ve lo dice uno che lo sa bene, perché era un piccolo genio, prima di diventare un cretino qualsiasi.

Un pensiero su “I GRATTACAPI DEL PICCOLO GENIO

  1. Matteo dice:

    Questo meraviglioso scritto è autobiografico. Caro compagno di classe delle Elementari, sei riuscito a vincere la noia, a stare in classe, socializzare con noi. Altri non sono sopravvissuti. Il sistema scolastico è puntivo, coercitivo del genio.

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