GLI INUTILI TRIONFI AZZURRI IN UN PAESE CON LA TESTA NEL VAR

Convinto che lo sport sia una scienza esatta esiste solo qualche maestro di calcio dal curriculum sforacchiato di tarli. Il resto del mondo sa bene che trattasi in realtà di un insieme di componenti, condizionali, momenti e quindi anche di fato e di superstizione, perché no. Non esiste algoritmo che consenta di sapere in anticipo: basta un nastro, il ferro del canestro, un palo, un soffio di vento contrario e tutto svanisce. Ogni calcolo, ogni pronostico, ogni previsione. Sulla carta, si è forti solo a chiacchiere. Sul campo, si può essere i migliori senza passare per favoriti.

Certo i nostri continui exploit sportivi, intendo quelli azzurri, quelli italiani, sembrerebbero rasentare il trascendentale e l’esoterico se abbinati al contesto da cui provengono: abbiamo dei mostri di atletica, campionesse e campioni imbattibili in acqua, fenomeni mondiali nella pallavolo, due di briscola che (mescolando veterani e freschi talenti) si trasformano in assi del basket, la Nazionale di calcio che vince un Europeo tra un Mondiale e l’altro in cui non partecipa in malo modo.

Con addosso una maglia azzurra si può tutto. Tutto questo in un Paese dove l’educazione fisica è un’oretta in più di ricreazione, ginnastica da criceti su pertiche e cavalletti, nessuna cultura e nessuna attenzione dalle scuole agli oratori scomparsi. I poveri insegnanti, anche i più appassionati, non riescono proprio a far passare la differenza tra una pizzetta alla campanella e una corsa campestre: a scuola si è pigri, i genitori non incentivano, i modelli non aiutano.

Tutto questo spiega con ingratitudine strisciante quello che il nostro quintetto di basket – qualificato ai quarti di finale dell’Europeo grazie a un successo limpido, esaltante sulla grande Serbia – e il sestetto di volley, 12 esordienti su 14 tra i freschi Campioni del mondo in Polonia dopo aver battuto in finale i padroni di casa, hanno saputo fare senza miracoli né eventi sovrannaturali. Quei successi non sono il frutto dell’inspiegabile, né tantomeno comunque della lungimiranza italiana, della programmazione, delle scartoffie dei tavoli federali, della nostra mentalità niente affatto vincente. No, non lo sono. Quei successi, come quelli del nuoto e dell’atletica, sono il frutto dell’abnegazione individuale, del sacrificio, del sudore che quei ragazzi e quelle ragazze versano ogni giorno per conto loro, nel proprio borgo, nella piscina o nella palestra dove vanno in tram o in bicicletta, nel giardino sotto casa. Si arrangiano, in un Paese dove lo sport non è contemplato tra le discipline, le filiere da incoraggiare e supportare. Ognuno col suo fardello di sogni e di lavoro, ognuno con la sua applicazione, ognuno con il suo carattere, come lo psichedelico CT della pallacanestro, Gianmarco Pozzecco, o il mite Ferdinando “Fefè” De Giorgi, allenatore della pallavolo iridata.

Un po’ la nostra storia, quella che una volta si studiava a scuola, lo insegna: quando il Paese è in ginocchio o proprio sdraiato per terra, raduna le forze residue e – stremato – si ribella, con orgoglio, con ferocia, con determinazione. Ritrova dignità e furore scavando dentro se stesso, versando il proprio sangue. Non avendo altri punti di riferimento credibili, riesce a fare propri i consigli e l’esperienza dei nonni, la spinta dei genitori, dimenticandosi dello Stato e delle sue strutture assenti e puntando dritto al vertice, al massimo. A vincere. Attinge all’educazione di famiglia e qualche volta nemmeno a quella, semplicemente alla sua natura, al suo cuore, per combattere e sconfiggere chi è più bravo, più preparato, più forte, non solo sulla carta ma nella quotidianità.

Questi atleti azzurri costituiscono un esempio e un modello straordinario, fuori dalla norma e da qualsiasi schema, perché sono il risultato di un’anarchia rivoluzionaria rispetto al mondo in cui vivono, quell’Italia di cui sono coscientemente avulsi e di cui invece cantano a squarciagola l’inno sul podio. Piangendo, perché il trionfo è tutto loro mentre lo regalano a una nazione intera che da domani tornerà a dimenticarli.

Sulle prime pagine, infatti, staremo tutti di nuovo a correre, schiacciare, tirare, tuffarci soltanto nelle risse da VAR, l’unico sport che conosciamo bene e che pratichiamo nel nostro titolatissimo Paese antisportivo.

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