GLI ASSASSINI DEL 13ENNE IN MONOPATTINO

di CRISTIANO GATTI – Almeno non fingiamo sorpresa e sgomento. Questa è una strage annunciata, annunciatissima. Direi scontata. L’ultima vittima innocente: un 13enne si fa prestare il monopattino nuovo dall’amico e fa un giro per provare l’ebbrezza. Ovviamente senza casco, senza precauzioni, senza niente: come da vuoto legislativo di questo Paese incosciente.

Poche centinaia di metri e finisce tutto: l’ebbrezza, il gioco, la vita. Il 13enne cade malamente e sbatte la testa contro lo spigolo del marciapiede. Morirà poco dopo. La classica morte che magari, forse, probabilmente, con un semplice casco da bici non saremmo qui a piangere.

E poi via con il pianto e l’orrore. Che disgrazia, che fatalità. Ma tu pensa alle volte come basta poco.

Ma tu pensa cosa? Questa non è opera del destino e tanto meno è una “tragica fatalità”, la foglia di fico con cui ci piace coprire molte nostre vergogne. Ecco, proprio per niente: in nessuna morte da monopattino – e ormai cominciano a essere tante, troppe, secondo le più facili previsioni – in nessuno di questi casi possiamo e dobbiamo parlare di fatalità. Almeno questo. Le morti da monopattino, dobbiamo dircelo senza abbassare la sguardo o girarci dall’altra parte, sono dei veri crimini, con tanto di mandanti e di killer. Stanno tutti là dentro al Parlamento, gli assassini, senza che nessuno debba offendersi o indignarsi, stanno là dentro dove si perdono ore, giorni, settimane a fare del narcisismo inutile con la bella idea di concedere il voto ai sedicenni, senza che nessuno senta il dovere civico di dare sicurezza ai 13enni, prendendo subito in mano questa benedetta legge per regolare la giungla mortale dei monopattini e approvandola in poche battute.

Che brava, la nostra politica: ha fatto tutto di corsa, ubbidendo docilmente alle lobby dei noleggi, per invadere le città con le flotte dei monopattini. La chiamano con le formule più poetiche e leggiadre, mobilità leggera, mobilità sostenibile, mobilità ecologica, e pazienza se nella realtà è una mobilità truculenta e mortifera. Niente, non interessa a nessuno: si palleggiano e si rimenano all’infinito, senza pudore e rimorsi,  le proposte di legge sul casco obbligatorio, sui limiti di velocità, su un minimo di educazione stradale, su quattro cose basilari per arginare il furore di questa invasione folle e senza regole. Vanno avanti da mesi e mesi, senza che nessuno avverta l’emergenza e l’urgenza di una piaga sociale ormai su larga scala.

Così, mentre loro si prendono i loro tempi tecnici, mettendo anche la legge per i monopattini mortali sul bilancino dei loro meschini do ut des, ogni giorno esseri umani vengono investiti, cadono malamente, finiscono all’ospedale. Qualche volta, c’è pure il morto. Come il 13enne di Cinisello.

Ma certo, lo sappiamo benissimo, il primo problema dell’Italia è lo ius soli. Che i 13enni aspettino con calma. Non c’è nessuna fretta. Cosa sarà mai un morto in più o in meno di fronte ai problemi cosmici del nostro Parlamento. Adesso zitti, c’è attesa per le dichiarazioni della Gelmini e di Letta sugli interessi cinesi in Afghanistan.

Una risposta a “GLI ASSASSINI DEL 13ENNE IN MONOPATTINO”

  1. Vorrei aggiungere anche che la voglia di fare pista pedociclomonopattinabili in ogni dove, restringendo corsie automobilistiche cittadine, delimitandole con paletti in ferro, marciapiedi in pietra o solo strisce pitturate, è una bella demenza anche se non solo nostrana.
    Si parlava dei guardrail speciali per evitare decapitazioni motociclistiche anni fa, ma niente: siamo capaci di delimitare strade con spuntoni di ferro assassino.
    Certo, a volte ci mettiamo del nostro, come la maleducazione stradale, ma tant’è: prevenire (anche alla fonte) è sempre meglio che curare (soprattutto inutilmente i deceduti)

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