GEMELLIAMO BERGAMO E WUHAN

di CRISTIANO GATTI – Ricominciare. Piano, in qualche modo, un passo alla volta. Anche questo è un esercizio nuovo, per noi frenetici e nevrotici cresciuti alla cultura dei cento all’ora. Magari, è la volta che ci facciamo venire anche qualche idea.

Io ne avrei subito una, che non so quanto buona, ma che comunque sento il dovere civico di rendere pubblica. E se qualcuno, magari tanta gente, si accoderà, potrebbe nascerne qualcosa di edificante, in mezzo alle macerie.

Parlo di Bergamo e di Wuhan, sorelle di disperazione. In altre parole, dei poli lontani nel lugubre pianeta Covid. Tutto il mondo, bene o male, poco o tanto, ha sbattuto il muso contro la pandemia. Ma è fuori discussione che le ferite peggiori siano incise a Wuhan e a Bergamo, così lontane e così prossime, nei lutti e nell’angoscia. Gli antipodi e gli apici dell’apocalisse. Senza parlarsi, senza capirsi, queste due città si intendono ormai a occhi chiusi: basta un silenzio per intendere tutto. La malattia, la morte, la paura. E ora la timida speranza.

E allora. Siccome veniamo da una tradizione particolare, tra cultura popolare e folklore, ma anche tra interessi economici e affinità singolari, una tradizione lontana che sfocia nell’idea del Gemellaggio, mi chiedo se non sarebbe proprio questo il caso perfetto di un gemellaggio nuovo e profondo. Un gemellaggio che comunque è già nei fatti, ancora prima di scriverlo sui cartelli stradali all’ingresso delle città.

Wuhan e Bergamo, Bergamo e Wuhan sono ormai gemellate per sempre dal destino. Ci sono borghi e città che si gemellano per mille motivi, per la stessa produzione di vino, per comunanza di fanfare, per scambi di emigranti, per la sagra della tinca, insomma per qualunque cosa. Ogni tanto la gente si scambia visite, lettere, regali. Una località promuove l’altra. La gente di qui sa che troverà sempre un amico dalla parte di là, e viceversa.

Così potrebbe essere da ora in avanti tra Bergamo e Wuhan. Sono due mondi che non si conoscevano, ma che ora sono gemelli nella storia. Quanto sarebbe romantico impedire che finisca qui, nella semplice e brutale conta dei morti, nel monotono richiamo dell’altro capo del filo nero quando si parla di una delle due città.

Potrebbe nascere il fiore sulla lava, come amano dire i poeti. La gente di Bergamo potrebbe conoscere la gente di Wuhan, la gente di Wuhan potrebbe scoprire lo strano popolo di Bergamo. Cominciando dallo scambio di studenti. Potrebbero nascere viaggi, incontri, studi, persino affari, perchè no. Tra gemelli, vale tutto. E fra le tante innegabili differenze, tutte da scoprire e apprezzare, potrebbero persino affiorare inattese somiglianze. In ogni caso, niente varrebbe il gusto di ritrovarsi per sempre un fratello acquisito, così lontano nella geografia, così vicino nella storia.

Giro per competenza la proposta al sindaco Gori, che nel settore promozione e relazioni umane non è secondo a nessuno. Non credo serva un referendum, per fiutare l’opinione della gente. Basta alzare il telefono e chiamare qualcuno della municipalità cinese.

Non voglio dare importanza eccessiva alla cosa. Non ne sopravvaluto la portata. Personalmente, non sono neppure un cultore del ramo. Ma questa è un’occasione troppo particolare. Sarebbe il classico caso di un passo puramente simbolico, ma altamente simbolico. Al massimo grado. Per aprire anche una Fase 2 in positivo, liberando qualcosa di nuovo, in mezzo a tanti doverosi divieti. Un modo di fare memoria sul serio, per sempre, per davvero.

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