FREUD, LACAN… LI CITO PER AMORE

di MICAELA UCCHIELLI  (psicologa e psicoterapeuta) – Accolgo con piacere la provocazione di Johnny Roncalli, che su @ltroPensiero, all’interno del suo articolo titolato “Nipotini di Freud, crescete”, mi invita ad esprimere il mio parere su una questione interessante: come mai gli psicologi o gli psicoanalisti, non è la stessa cosa in effetti, non fanno che appellarsi, a suon di citazioni, ai padri fondatori? Freud e Lacan soprattutto, nel caso della sottoscritta.

Da clinica mi verrebbe da rispondere, così di getto, che noi poveri nevrotici non possiamo fare a meno del padre; di quello reale, come pure di quelli simbolici.

Ci spinge in effetti una necessità di farvi riferimento come ad un porto sicuro, come ad un faro, come a una garanzia, anche rispetto ai nostri detti.

L’ha detto Lacan… a ben pensarci, specialmente quando, e capita spesso, quel che dice è del tutto incomprensibile, può rappresentare, in effetti, un bel paravento.

L’ha detto Freud… magari l’avessi detto io. Aggiungo anche, con buona dose di ammirazione.

La verità, la mia almeno, è che dai maestri ho imparato ad essere fedele al testo di chi parla e forse ho preso questa indicazione molto seriamente.

Sarà poi che, per via delle varie tesi scritte, una specie di deformazione professionale mi spinge alla citazione e in parte, diciamolo pure, al compiacimento di mostrare che qualcosa, negli anni con la testa china sui libri, l’ho imparata, talvolta a memoria.

Sarà persino che di alcuni padri, e le donne, soprattutto, lo sanno bene, ci si innamora e si resta in quell’amore per una vita intera, spesso nonostante gli anni di analisi.

Sarà inoltre a causa di quel debito simbolico. E del fatto che, personalmente, sopporto con fatica chi cita l’altrui pensiero senza nominarlo.

Sarà infine, soprattutto, che autorizzarsi alla propria parola è un atto che porta con sè un misto di vertigine e terrore.

Il mio maestro Recalcati, che Roncalli nomina nel suo articolo, relatore della mia tesi di specializzazione, intitolata non a caso, “Il padre sulle spalle”, mi disse che ero troppo lacaniana, auspicando che potessi parlare un giorno a mio nome, trovando il mio stile.

Pensai che sarebbero passati molti anni prima di potermi liberare dei miei padri. Pensai che sarebbe stato faticoso e pure, per certi versi, doloroso. Pensai che smarcarmi fosse, persino, un po’ presuntuoso.

Pensai e penso tuttora a me stessa come a un adolescente che si trova in quel conflitto che lo vede diviso fra l’amore infantile per la casa e il desiderio di volgere lo sguardo altrove.

Ringrazio dunque il collega per la simpatica invasione di campo: in questo campo, quello divulgativo, potrei forse giocare col mio nome sulla schiena, senza padri sulle spalle.

Farò allora come Freud che, durante una conferenza, fece accomodare in sala chi lo provocava, dandogli la parola e ascoltando.

“Sono pazzi questi psic…” scrive Roncalli. Sì, sono d’accordo. Del resto questa non è, quasi mai, una professione che si sceglie a caso.

2 pensieri su “FREUD, LACAN… LI CITO PER AMORE

  1. Johnny Roncalli dice:

    Grazie dottoressa Ucchielli per aver raccolto la provocazione. Me ne rallegro per vari motivi, primo fra tutti il piacere del confronto tra sapere specialistico e avventore occasionale. Il suo intervento è un bel contributo e va esattamente in questa direzione, spiegando e svelando la sua versione su alcuni meccanismi intrinsechi alla disciplina (discipline…, pardon). Incasso quel che mi merito d’incassare e mi compiaccio, ma non avevo dubbi, che la risposta sia la voce di Micaela Ucchielli, oltre tutto espressa con passione e levità, e non la voce della categoria.
    Io mi occupo prevalentemente di autismo e una delle ambizioni primarie è quella di promuovere la cultura dell’autismo, ma, come mi trovo spesso a ripetere, se la cultura dell’autismo continuiamo a raccontarcela tra addetti ai lavori, la partita è persa in partenza.
    Felice dunque di aver stimolato un confronto e di aver ricevuto temporanea soddisfazione.
    A presto!

    • Micaela dice:

      Caro Collega,
      Lei lavora in un ambito tanto affascinante quanto complesso. Lavora con la chiusura più radicale e non sono per niente sorpresa, dunque, dalla sua domanda di apertura e confronto che va nella direzione opposta al ritiro autistico.
      Nessuno scambio vero è possibile se chi parla usa la stessa lingua. La pluralità di discorsi è sempre necessaria e solitamente feconda.
      Pertanto grazie a lei per essersi fatto vivo…
      a presto e buon lavoro!
      Micaela Ucchielli

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