FINE DEL MITO 007, CHE SI FA PER CAMPA’

di GIORGIO GANDOLA – Una spiata ai tempi di Di Maio vale 5000 euro in contanti. Tutto si svaluta, a partire dai politici di riferimento, ma un crollo così verticale l’avevamo visto solo con i cd all’arrivo di Spotify. Eppure il capitano di fregata che vendeva “segreti militari” (sistemi di telecomunicazione e carte della Nato) alla Russia aveva quel listino prezzi: un documento top secret 5000, una scartoffia secretata e trasferita dentro una “pen drive” altri 5000.

Modalità da mercato del pesce, consegna non al Ritz di Parigi o alla Royal Albert Hall di Londra fra il primo e il secondo atto della Traviata, ma in un parcheggio alla periferia di Roma dove di solito si incontrano altri tipi di scambisti. E dove è stato arrestato dai carabinieri che lo pedinavano da tempo (a ben vedere, nell’immaginario, come se il sergente Garcia prendesse una volta per tutte Zorro). Era il sistema, erano i luoghi di Walter Biot e dei due addetti dell’ambasciata russa espulsi.

È la fine di James Bond, agitato non mescolato, mettiamoci il cuore in pace. Lo spionaggio nell’era moderna dev’essere di uno squallore assoluto, Ken Follett piange in silenzio perché gli hanno rovinato la piazza. Depurata dall’epica dei nomi e dei riferimenti letterari, la faccenda mostra una certa mediocrità. Che un ufficiale di Marina vendesse segreti del suo Paese ai russi per quattro soldi lascia esterrefatti, quasi non ci si capacita; dove sono finiti gli zibellini di Gorky Park?

Meglio non chiederselo e tirare dritto, spiegare la cosa fino in fondo e arrivare all’espulsione dei due russi, al richiamo dell’ambasciatore, alla conferenza stampa finale. Ecco un’altra anomalia da casalinga di Voghera: un caso di spionaggio raccontato nei particolari ai media schierati. “Signori giornalisti, c’è ancora qualche domanda?”. Proprio questo è il passaggio più indigesto perché un affare di spie non è una rapina in banca e neppure l’intervista di addio di Totti; non si era mai visto un intrigo internazionale spiegato a reti unificate, gestito dentro una campana di vetro con le telecamere a riprendere il tutto. Al tempo delle spie vere, una vicenda simile si sarebbe risolta nel chiuso di un’anonima stanza con un paio di agenti speciali che brindavano al successo dell’operazione. Quale operazione?

Sorge il dubbio che i segreti non fossero così segreti e che – per rimanere dentro la metafora dello spione di talento uscito da un libro – si trattasse dei progetti non di un missile ma di un’aspirapolvere (citazione copiata da “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene). Sono sensazioni corroborate da un’imperdibile intervista alla moglie del capitano, che in qualche modo lo giustifica perché «tremila euro non bastano, ci sono due figli da tirar grandi, quattro cani da sfamare, il mutuo della casa di Pomezia da pagare».

Così, in un contesto da catasto, scopriamo l’ultima generazione delle spie: quelle che tengono famiglia. Travet del trucco, impiegati dello scambio, niente glamour ma sugo sulle canottiere. Tutto questo è molto deludente, non vorremmo crederci ma il rapporto dei carabinieri è lì da leggere. Lui non ha neanche tentato di scappare; nessuna sgommata con sparatoria, nessuna fuga in elicottero, nessuna “spia che lo amava” a raccoglierlo al volo per portarlo in salvo.

Arrestato da un appuntato come un mariuolo da strada. E con la signora Claudia, consorte, che mentre lo difende lo demolisce: «Niente vizi, niente lussi, solo la vita quotidiana che però a lungo andare fa sentire il suo peso». “Ordinary people”, il tornitore Brambilla degli 007 con il cruccio dell’ultima settimana. Più che una nuova Guerra Fredda sembra una minestra tiepida, con il formaggino che galleggia e non vuole saperne di sciogliersi.

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