FESTIVAL, VINILE BATTE SCAPPATI DI CASA 6-0, 6-0

Metti su quel disco lì e partono i favolosi anni.

Gira e rigira il Festival sa benissimo dove andare a parare, la tribù degli scappati di casa, mezzi nudi, tatuatissimi, con ferramenta varie distribuita lungo viso, braccia e non so altrove, ha dovuto fare i conti con un passato che non sa nemmeno che esistesse e infatti si è potuto comprendere l’ignoranza dall’intonazione musicale. Violentati Vasco, Lucio e Gino, nenie e strazi di voci, poveri tentativi di lucidare un patrimonio datato, ma che non ha età perché eterno.

E’ il ritorno del vinile che ha un’anima, è il rilancio del quarantacinque giri e dell’ellepi, al diavolo la bambola gonfiabile nel senso di cd o varie forme e dispositivi di ascolto, freddo, impersonale, omologato.

La musica è una sola, da ballare o da ascoltare, la Zanicchi rende piacevole l’Iva, Ranieri anche se con il volto scavato eduardiano è un fuoriclasse, Morandi continua a essere yeye a centoallora a trovare la bimba sua, della Berti preferirei non dire, perché conta più presenze e apparizioni del papa e dei libri di Vespa.

Sanremo resiste al logorio della tivvù moderna, resta soltanto il gusto sciapo, anche sgradevole, di tutto quello che la Rai gli costruisce addosso, dal mattino alla sera, con la sfilata serale in prima fila, a fianco del direttore della prima rete, tanto per svolgere il ruolo di giullari e cortigiani,

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