FERRAGNI, L’AUTUNNO DEL BOTTICELLI

di PIER AUGUSTO STAGI – È probabile che si tratti di pensiero debole, per non dire vuoto, nullo o vacuo. Un pensiero non pensiero da meditazione “zazen”. Non serve però scomodare i grandi pensatori che hanno migliorato la nostra permanenza terrena. Non è nemmeno forse il caso di chiamare in causa Gianni Vattimo o Pier Aldo Rovatti, tra i massimi esponenti del postmodernismo europeo, con il primo che si occupa dell’indebolimento dell’essere. Mi limito ad osservare, giurando di non avere nulla contro Chiara Ferragni o contro chi la segue e la sceglie come propria musa. E nulla neppure contro Fedez, al quale lei ha giurato amore eterno. Sinceramente: non riesco a volerle male, ma ammetto di non capire. Comprendo e apprezzo il fascino della musica rap e trap, adoro diversi artisti, da Fabri Fibra ad Achille Lauro: non li disdegno neanche un po’, ne colgo l’arte. La percepisco chiaramente. Ma guardo Chiara Ferragni e mi accorgo che non mi influenza, che non mi illumina, anzi, per dirla con il linguaggio che un tempo era giovanilista e oggi è probabile che sappia già di antico, la trovo molto “sfigata”.

Guardatela nelle due immagini che la ritraggono agli Uffizi, davanti alla Primavera del Botticelli (quella ha chiaramente molto più sensualità e fascino) e con il direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt. È slavata, algida, quasi insignificante: tutto fuorché cool o glamour. È probabile che sia un problema solo mio, e penso che sia così, ma di una cosa sono certo: Chiara Ferragni è molto più intelligente di quanto sia glamour. È molto più scaltra che chic. Non mi scandalizzo della sua presenza alla Galleria degli Uffizi, capisco senza problemi cosa c’è dietro, ma a guardarla davanti alla Primavera del Botticelli sento un senso assoluto di mestizia e sconforto, che fa tanto autunno.

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