FEMMINICIDIO: QUEL RIDICOLO DIVIETO DI AVVICINAMENTO

di GIORGIO GANDOLA – “Viveva prigioniera in casa per paura di incontrarlo”. Alla fine in carcere c’era la vittima. Questo racconta il padre di Vanessa, la ragazza di 26 anni uccisa dal fidanzato respinto ad Aci Trezza. Lei ha pagato con la vita la libertà di dire di no, di allontanare da sé quel balordo che per amore aveva ospitato in casa per un anno. Poi i litigi, le botte sempre a senso unico, la disperazione della ragazza, la forza di chiudere la porta alle spalle e di denunciare per maltrattamenti, poi per stalking, poi di supplicare i carabinieri a tenerlo lontano. Siamo tutti bravi a dire “donne, parlate”, ma davvero è una buona pensata, oggi, in Italia, denunciare pensando di mettersi al sicuro?

Tutto inutile, perché quell’uomo era ossessionato e la pedinava. Le aveva messo un gps in macchina, la spiava mentre andava a lavorare in panetteria, la aspettava all’uscita, era il fantasma della sua vita fino alla tragedia finale. All’agguato mortale di domenica sera, quattro colpi di pistola. Femminicidio. Ma tutto ciò non si conclude con il suicidio dell’assassino, Antonino, impiccatosi in un casolare nella piana di Catania. Tutto ciò rimane davanti a noi come un macigno, sottolinato da una frase del padre della vittima: “Il maresciallo, un sant’uomo, aveva dato il suo cellulare a mia figlia e le aveva detto di chiamarlo in ogni momento, notte e giorno, se ci fosse stato bisogno. Un padre di famiglia. Prontissimi sempre tutti i carabinieri. Ma forse dovevamo fare noi tutti di più, anche protestando per le leggi balorde di questo Paese, per la disattenzione finale”.

Le leggi balorde di questo Paese dove basta pitturare di rosso una panchina davanti alla stazione per sentirsi a posto con i diritti universali. La superficialità di una classe politica alla quale basta battezzare un problema (femminicidio) per risolverlo. Centoventi donne uccise nel 2019, centodieci nel 2020, crudeltà stabile, le leggi che galleggiano nel mar dei Sargassi dell’indifferenza non servono a niente. Se non a piangere quando le Vanesse vengono uccise dagli Antonini fuori di testa, che nel terzo millennio continuano a ritenerle “cosa loro” con quel senso del possesso che fu prealessandrino. Ma Battiato non basta a sollevarsi il morale, a sentirsi meno angosciati davanti a storie come quella di Aci Trezza e a denunce precise come quella del padre della vittima.

C’è una legge da cambiare, da migliorare. Ma soprattutto c’è un meccanismo giudiziario da rivedere perché non ha senso denunciare per stalking e non vedere effetti, ridenunciare per maltrattamenti e notare che tutto rimane come prima. Con un uomo in giro per il Paese pronto a uccidere e una donna chiusa in casa per paura di morire. Tutto a posto con questo ridicolo divieto di avvicinamento: come se un assassino si impressionasse davanti a un simile ostacolo.

Ma che Giustizia è questa?

Da qui bisogna partire per capire come si è arrivati alla doppia tragedia finale, nonostante le denunce di stalking, i pedinamenti e l’arresto di uno squilibrato convinto di essere uno 007, pronto a spiare le vite degli altri con acrobatici stratagemmi. Antonino vendeva automobili e voleva Vanessa per sé, a modo suo. Una schiava, altrimenti botte. Un corso accelerato di tendenze talebane, tanto per rimanere sul tema dell’estate. La procura aveva chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari, l’omicida era stato sottoposto al divieto di avvicinamento. Quante volte lo abbiamo letto questo «divieto di avvicinamento». Che non serve a niente, se la vittima è seduta su una panchina rossa ma è a tiro di pistola.

Una risposta a “FEMMINICIDIO: QUEL RIDICOLO DIVIETO DI AVVICINAMENTO”

  1. Egr. Dott. Giorgio Gandola,
    Lei dice cose oggettivamente verissime, e risapute al sottoscritto.
    Le esperienze professionali, da ambedue i lati della barricata , una volta a tutela della vittima ed un’altra a difesa dell’accusato , mi determinano a ritenere che non è questione di “leggi”.
    Quelle ci sono, anche in sovrannumero (ricorda le grida di Manzoniana memoria a proposito dei “bravi” ? Ecco, siamo allo stesso livello…) .
    Senza pretesa dottrinale alcuna , ma sempre e solo perché le questioni si vedono sul campo, non certo in pur dotti consessi e dibattiti , dico che ben più difficile ed ardua è la complessiva attività difensiva che può svolgersi per la parte denunciante ed offesa , la cd. vittima del reato, rispetto all’assistenza di colui o coloro al quale sia contestata qualsivoglia ipotesi d’accusa.
    Ad essere chiari, sfido chiunque abbia un minimo di conoscenza e frequentazione degli Uffici Giudiziari a poter affermare che, di fronte a chi a vario titolo e livello amministra la Giustizia , “vittima e carnefice” (sempre presunti , ovviamente e legittimamente fino ad una irrevocabile pronuncia) pari sono .
    Poi, come in ogni ambito della quotidianità , conta e rileva anche CHI ha l’onere , gravoso e per nulla facile, di valutare i fatti e decidere le sorti dei contendenti.
    Non si dimentichi mai che, alla fin fine e pur a fronte di roboanti proclami, la funzione del processo penale null’altro è se non quella di VALUTARE LA FONDATEZZA della PRETESA PUNITIVA dello STATO .
    In questo contesto, è di tutta evidenza che “contano” anche le donne e gli uomini ai quali è affidato il compito – come si dice – di amministrare Giustizia. Conta la loro preparazione, la loro dedizione e lo scrupolo , la serietà con cui svolgono la loro funzione, mi permetto di dire – e vale per tutti, per primo me stesso – la voglia di fare al meglio il proprio lavoro.
    Non è facile , certo che non lo è.
    Ma , di fatto, non vedo altre soluzioni che in concreto valgano a porre rimedio a quanto di “ordinario scadimento e scoramento” Lei ha rimarcato.
    Poi , è chiaro che ci si può sempre affidare ai Santi , ed invocare l’aiuto del Padreterno .
    Credo, però, che siano in tutt’altre faccende affaccendati, e che queste beghe le lascino volentieri ai comuni mortali .
    Se non infallibili, si cerchi tutti di essere almeno seri e coerenti , e di tenere in conto davvero la funzione e la professione che rispettivamente si è scelto di svolgere ed esercitare.
    Sembra facile ?
    Le assicuro che non lo è.
    Non è tanto “…che Giustizia è questa ?..” , piuttosto chiedersi “..che mondo è questo ?..”.
    Comunque, CORDIALITÀ.
    Fiorenzo Alessi

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