ETERNAMENTE GIAMPJUVE BONIPERTI

Boniperti giocatore

 

di TONY DAMASCELLI – Parole mille, anche di chi lo aveva sempre odiato e disprezzato. Capita con un personaggio come Giampiero Boniperti, che va scritto con quella emme, nel primo nome, che provocò equivoci in redazione e tipografia.

Boniperti non si preoccupava di questo, la sua unica ossessione era la Juventus, nient’altro di quella maglia, di quella storia, di partite e gol, di un esempio, unico, esclusivo, mondiale, di un grandissimo calciatore, poi capitano, quindi consigliere, amministratore delegato e infine presidente della stessa squadra, secondo gli usi sabaudi e fiattini, là dove l’azienda innanzitutto, il tornio e la discrezione, nessuna carezza ma soltanto fedeltà.

Boniperti è stato per la Juventus quello che Valletta fu per la Fiat, entrambi scelti dalla famiglia Agnelli, uomini giusti al posto giusto. Era rimasto, da dirigente massimo, quello che era stato da calciatore: forte, vigoroso, uomo di mezzo campo e di attacco, geometra di diploma ma capo officina e padrone della fabbrica, dopo.

Mai lo si vide a cena con giornalisti e dipendenti, la sua riservatezza piemontese non prevedeva celebrazioni festaiole, vacanze in panfilo o week end sull’isola. In verità trascorse settimane in Sardegna ma per convincere Pietro Paolo Virdis, non certo per nuotare nelle acque di smeraldo.

Era un contadino di Barengo, uso questa immagine non per malacreanza ma per comprenderne la razza, la pelle, la testa. Andava a caccia di fagiani e convocava, per sfida, Gianni Brera che poi odiava per certi scritti, da Giampiero considerati anti juventini: ”Digli che gli libero i cani contro”, urlò al telefono un giorno in cui l’articolo di Gianni lo aveva fatto infuriare.

Aveva amici pochi e nemici molti, gli stessi che oggi escono dal canneto dell’ipocrisia per onorarne la memoria con le frasi di repertorio e di cordoglio. Era impossibile incontrarlo prima e dopo un derby, così come per altre partite calde, ricordava con emozione e commozione il grande Torino, con la maglia granata giocò pure una gara in memoriam dopo Superga, ma teneva in astio il nuovo Toro, quello di Giagnoni o Radice e Pianelli; quando voleva dimostrarti di essere il più forte di tutti e di sempre, appoggiava la mano fermissima e aperta sul tavolo e si alzava con il resto del corpo “a bandiera”: “Tu non sai nemmeno battere un calcio d’angolo, non puoi capire”. Dei francesi diceva: “Quando giocavo io portavano un calzettone di un colore diverso dall’altro”.

Aveva un senso suo della Juventus, non affettivo e passionale ma pragmatico, quando avvertiva che uno dei suoi calciatori non fosse più del livello dovuto, lo faceva accomodare altrove, Genova, Ascoli, Bologna, il cognome non aveva alcun interesse, contavano i muscoli, il cuore e la testa.

La frase “Vincere non è importante ma è la sola cosa che conta” non fu lui a crearla ma risale a Henry Russell Red Sanders, allenatore di football americano, che l’avrebbe pronunciata nel 1950, Boniperti la riprese e fu un altro marchio del pensiero juventino.

Sapeva di calcio come pochi, avendolo praticato ad alti livelli, il suo fisico non si arrese mai, ma nel Sessantuno decise di finirla con i calci al cuoio, dopo una sghemba partita contro l’Inter, anche in quel caso molta letteratura, la consegna delle scarpe da gioco al magazziniere, l’ultimo toast nello stanzone del Comunale, la fuga a Barengo.

Nel suo ufficio, in sede, teneva la maglia della partita di Wembley tra l’Inghilterra e il Resto del mondo, ventuno di ottobre del ‘53, Boniperti fu l’unico italiano della squadra mondiale, finì 4 a 4, due gol di Kubala e l’altra doppietta fu di Giampiero: “Il primo su passaggio di Zebec, il secondo su un passaggio di Nordahl”, ho scritto apposta passaggio perché per Boniperti assist non esisteva e non è esistito, figuratevi poi “scarico”.

Era il suo football epico ma di sostanza, i maligni dicevano che fu uno dei più grandi marcatori di arbitri, i codardi lo chiamavano Marisetta (fu Benito Lorenzi a battezzarlo per i biondi capelli e gli occhi celesti) o Marisa, in verità se ti azzardavi a molestarlo di fianco, davanti o alle spalle, finivi come Brera nel caso dei cani sciolti.

Ha scelto di andarsene di notte, come sanno fare i campioni. Non avrà un funerale pubblico, tra applausi e orazioni da copione, da tempo la sua memoria si era offuscata come la nebbia sulle risaie di Barengo. Giampiero Boniperti abbandonava lo stadio prima che la partita fosse finita. Stavolta è uscito in silenzio, sapendo che la sua storia s’era ormai conclusa.

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