ENDRIGO, NON DE ANDRE’

di JOHNNY RONCALLI – Ora, con la benedizione di Gianni Mura, sento il vento alle spalle e l’impeto di chi intravede la discesa. Nel suo libro “Confesso che ho stonato”, dedicato a faccende musicali, scrive 18 pagine su Sergio Endrigo. I cantanti italiani non sono esattamente tra i miei ascolti d’elezione o la mia tazza di tè, per dirla all’anglosassone, ma ho le mie frequentazioni. E Sergio Endrigo lo è da sempre, da quando da bambino scovai tra i dischi di mio padre il 45 giri “Perché non dormi fratello/La tua assenza” (1967).

Chi ha dimestichezza con l’editoria italiana che si occupa di musica, sa che diciotto pagine su Sergio Endrigo sono quanto meno anomale. Parliamo di un autore (non l’unico) trascurato, maltrattato, se non, più spesso, dimenticato, ignorato. Il motivo o i motivi li ignoro a mia volta, dal momento che se di musica e liriche ci occupiamo non si spiega l’oscuramento perdurante. Va bene il personaggio schivo al limite dell’autolesionismo, va bene le dicerie di malaugurio di cui fu vittima, va bene l’inclinazione non proprio da disco per l’estate, ma diamine, se parliamo di musica e liriche perché il nome Sergio e il cognome Endrigo non sono sulla bocca di tutti? Non era abbastanza figo? Non era abbastanza bohémien? Ecco, a proposito. Perché diavolo se si cerca una biografia o un libro su di lui se ne trova a fatica uno, mentre se, ad esempio, uno cerca un libro su De André viene sepolto da una valanga di tomi spesso uno più inutile e immotivato dell’altro? Il fascino del maudit, bien sûr.

Qui scatta la polemica, lo so, non c’è problema, in osteria è una vita che ci si scanna su sta roba. Ma dico, questo è talmente idolatrato da essere sul punto della beatificazione quasi, quello è talmente ignorato da essere ormai finito nel dimenticatoio. Vogliamo entrare un pochino nel merito? Con superficialità, intendiamoci, sono solo canzonette. Uno si è ispirato a Brassens, si dice e si evince, l’altro era amico e ha lavorato con VinÍcius de Moraes. Come minimo siamo pari, e qui mi fermo per non innescare la miccia.

Uno ha scritto sì e no 3, facciamo 4 note in vita sua, e diverse liriche rispettabili, certamente. L’altro di note ne ha scritte qualcuna in più, quanto a liriche non parliamone. Ma, di nuovo, il fascino maudit…

Con l’editoria discografica non va molto meglio. Di uno si trovano anche i rantoli post-sbornia (sì, esagero un po’, diciamo solo quelli autorizzati dalla Ghezzi…), dell’altro si fa fatica a reperire una ristampa decente di qualsiasi suo disco. Ma è tipico dell’industria discografica italiana, brutte edizioni, pessime riedizioni. E del resto, è sulla bocca di tutti, la musica è cultura….purché faccia introiti, chiaro. E allora tutti a ModenaPark o al Jovabeachparty. Non importa se nelle umide grotte della canzone ammuffiscono penne fini e arguti plettri.

Ecco, il rischio è che finisca per parlar male di altri, per voler dir bene dell’uno, si rischia di inciampare nella pubblicità comparativa. Ma insomma, ci si inalbera se si pensa che per il bardo di Genova si è davvero prossimi alla suddetta beatificazione – che a lui avrebbe fatto ribrezzo, detto per inciso – mentre per l’altro tocca gioire – e trasecolare, ma a ragione – per le diciotto benemerite pagine di Mura.

Mauro Pagani, che ha scritto un bel po’ – eufemismo – delle musiche del miglior De André (selon moi, cito anch’io Brassens), vale a dire Crêuza de mä, avrebbe due o tre cose da dire a riguardo.

Il signor Endrigo da Pola è stato più avventuroso di quanto si creda, mai compromesso, mai banale, quasi sempre ispirato. Poi finisce che ci si entusiasma per Battiato che canta “Te lo leggo negli occhi”. Chi avrà mai scritto la musica? Lui non la incise mai in studio, fu un 45 giri di Dino nel 1964 con i Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni (pubblicità progresso…) e l’orchestra diretta da Morricone ad accompagnarlo. Ma un viaggio tra i suoi fiori dimenticati, potrebbe indurre a cambiare santo protettore.

Non tutto il revisionismo viene per nuocere.

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