ECCO PERCHE’ IL PAPA NON FA MAI IL NOME DI PUTIN

Era già successo un paio di settimane fa. Papa Francesco aveva dovuto subire i severi rimbrotti del prestigioso “New York Times”. “Il Papa deplora la guerra in Ucraina, ma non l’aggressore… Il Papa – aggiungeva il quotidiano newyorkese – ha accuratamente evitato di nominare l’aggressore, il presidente russo Vladimir Putin, o anche la stessa Russia. E mentre ha affermato che chiunque giustifichi la violenza con motivazioni religiose ‘profana il nome’ di Dio, ha evitato le critiche al principale sostenitore religioso e apologeta della guerra, il Patriarca Kirill della Chiesa ortodossa russa”.

Vero. Ma ci sono delle ragioni. Papa Francesco deve tenere presente il fatto che Kirill è il capo della Chiesa ortodossa russa che è pesantemente coinvolta nella guerra. Il Papa, evidentemente, vuole evitare di allargare il disagio. Potrebbe citare i responsabili, a cominciare da Putin, e i suoi compari, a cominciare da Kirill e, citando loro, citerebbe e criticherebbe la guerra. Preferisce, papa Francesco, fare il contrario: critica duramente la guerra. È evidente che, criticando duramente la guerra, critica chi l’ha dichiarata e chi la sostiene. Diciamo, in altri termini, che il suo punto di vista è soprattutto morale e religioso e solo di conseguenza politico. D’altronde è il Papa e non un capo politico, e le uniche sue armi sono le alabarde delle guardie svizzere.

A proposito, poi, dei signori del “New York Times”. Loro possono tranquillamente criticare il Papa. Primo perché a loro i temi morali e religiosi interessano solo in sottordine ai temi politici. A papa Francesco, invece, i temi politici interessano solo in sottordine ai temi religiosi e morali. Secondo perché sono in America. La guerra, per loro, è lontana. Possono fare quello che Ulisse – nel dramma “La guerra di Troia non avrà luogo” di Giraudoux, che ho già citato, ma che torna continuamente di attualità – dice essere l’appannaggio dei grandi: godersi la guerra dall’alto di una terrazza. Noi, in Europa, diversamente dagli americani e dai loro giornalisti, non siamo sulla terrazza.

Si potrebbe citare anche un altro motivo, che si rifà a una prassi della Chiesa, e che vale pure per noi estranei al “New York Times”. La Chiesa, di solito, non attacca direttamente un uomo politico. Questo l’ha portata, qualche volta, a non attaccare anche quando avrebbe dovuto farlo. Ma molte volte non lo ha fatto perché aveva pesanti motivi per non farlo. Ha preso posizione in ritardo verso il nazismo, per esempio. Ma, se lo avesse fatto tempestivamente e duramente, che cosa sarebbe successo ai cattolici sudditi di Hitler? È facile oggi rilevare quel ritardo. Era un po’ più difficile allora, in quella situazione.

Qualcosa del genere anche oggi. Il Papa evita di citare l’immediato colpevole, Putin e la Russia con lui, e i suoi accoliti religiosi, Kirill in primo piano. Ma questo permette, anche a noi, di pensare che Putin e la Russia e il patriarca di Mosca sono, di certo e ampiamente, i massimi colpevoli. Ma la guerra, alcuni motivi per cui è scoppiata, il modo di condurla, le gravi conseguenze per tutti noi (si pensi alla enorme dipendenza dal gas russo e a quello che significa oggi per tutta l’Europa), tutto questo è frutto anche di molta ottusità della politica europea. Saremmo in questa situazione se l’Europa fosse unita o almeno più unita di quanto non lo sia oggi? Se avessimo un esercito unico e non una pletora di molti eserciti costosissimi e inefficienti? E invece ci sono politici che hanno costruito la loro fortuna attaccando l’Europa e predicando a dritta e a manca “prima gli italiani”. Un tale Matteo Salvini, per non fare nomi, l’ha ripetuto fino allo sfinimento. Adesso tace. Che strano.

Ora c’è – anche – tutto questo nel dramma della guerra in Ucraina. E’ molto comodo dire che di tutto questo l’unico colpevole è Putin. E il Papa fa bene a non semplificare troppo. La guerra, vale la pena ripeterlo, è troppo complessa e troppo drammatica per essere buttata tutta addosso a uno solo e giustificata con un paio di ragioni molto, troppo semplici.

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