ECCO COME L’OLIO D’OLIVA E’ DIVENTATO UN LUSSO

Il prezzo medio dell’olio extravergine di oliva, negli ultimi dodici mesi, ha raggiunto dei livelli finora sconosciuti. Un litro di olio ‘commerciale’ che circa dodici mesi fa, negli scaffali della grande distribuzione, si riusciva a comprare 4/5 €, attualmente, grazie alle periodiche promozioni, non costa meno di 9/10 €.

Le conseguenze di questa impennata dei prezzi sono perfettamente sintetizzate nei risultati di un’indagine condotta dall’Istituto Piepoli, che intervistando un campione di italiani, ha rilevato una modifica delle abitudini d’acquisto per circa il 30% dei consumatori italiani.

Nel dettaglio il 47% ha diminuito acquisto e consumo del 30%, il 40% lo ha dimezzato e il 45% ha cambiato le proprie abitudini alimentari, utilizzando per la cottura e il condimento olio di semi.

Si stima che nel 2023 le vendite di olio extravergine nella grande distribuzione siano diminuite del 9,5%, mentre la media per i mesi di gennaio e febbraio 2024 indica un calo dei volumi intorno all’8 % circa.

Una vera e propria fuga dall’olio di oliva, un prodotto le cui qualità organolettiche e salutistiche costituiscono un pilastro portante della dieta mediterranea ed un simbolo per tutto l’agroalimentare italiano.

Senza contare che la bellezza degli uliveti e la loro presenza secolare tratteggia e definisce il paesaggio di intere regioni dello stivale.

Purtroppo sull’olivicoltura europea si è abbattuta quella che anche gli autori dell’indagine definiscono una tempesta perfetta.

Gli effetti dei cambiamenti climatici, soprattutto relativamente alla siccità e all’inedita distribuzione delle precipitazioni, hanno abbassato significativamente le rese, soprattutto in Spagna, paese a cui si deve, in gran parte, l’esportazione di olio a prezzi competitivi nei nostri mercati.

Quello che era il Paese fornitore per eccellenza di olio di oliva a basso prezzo sta abdicando a questo primato, aprendo di fatto scenari inediti in fatto di consumi.

Gli stessi problemi riguardano ovviamente il settore olivicolo nostrano, a cui si devono aggiungere avversità di tipo biotico (peronospora, occhio di pavone), sopraggiunte anche per le negative condizioni meteo.

Per aiutarci a capire le problematiche del comparto ed avere una panoramica sugli scenari futuri, abbiamo sentito Nino Serafica, titolare dell’azienda “Serafica terra di olio e vino”, e Francesco Scollo, titolare dell’azienda “Terre del Dirillo”, produttori siciliani di oli extravergini di oliva di elevatissima qualità.

Entrambi ci hanno confermato sostanzialmente quanto riportato dall’indagine dell’Istituto Piepoli riguardo le modifiche delle abitudini dei consumatori, aggiungendo però che, paradossalmente questo fenomeno riguarda soprattutto gli oli di oliva “commerciali”, ovvero quelli che trovano spazio negli scaffali della GDO.

Si sta assistendo ad un fenomeno molto particolare, da un lato l’olio di oliva del supermercato è oggetto di un calo delle vendite, ma questa riduzione, soprattutto nelle regioni produttrici, viene compensata da acquisti diretti di prodotto di elevata qualità presso le aziende o presso i canali online.

Si tratta di una sorta di paradosso, ma la forbice tra il prezzo dell’olio commerciale e quello di qualità si è notevolmente ridotta, con beneficio commerciale di questi ultimi.

I nostri produttori concordano sulla necessità di adottare delle soluzioni che abbiano come risultato finale il contenimento dei costi di produzione che si riflette a cascata sul prezzo di vendita.

La spesa maggiore per la produzione di olio di oliva è quella rappresentata dalla manodopera.

Per l’esperienza dei nostri imprenditori, oggi il comparto si deve confrontare con una carenza gravissima di personale specializzato; il mancato ricambio generazionale nella manodopera sta provocando un serio problema nella conduzione delle aziende olivicole.

Innestatori, potatori, raccoglitori, sono diventati merce rara, che, quando disponibile, ha un costo onerosissimo.

Paghiamo in buona sostanza il sostanziale disinteresse del decisore politico nei riguardi del comparto agricolo, che se qualcuno lo avesse dimenticato, rimane il settore “primario” per definizione.

Oltre alla carenza di manodopera soffriamo anche per gli insufficienti investimenti nel settore, riguardo soprattutto la meccanizzazione di alcune pratiche colturali.

Occorrerebbe cominciare a pensare a sistemi di allevamento (vedi vaso policonico) che, non intaccando il livello qualitativo del prodotto finale, consentirebbero una maggiore meccanizzazione delle operazioni di potatura e l’introduzione di sistemi di raccolta meccanici.

Per quanto ci possiamo sforzare, la sostituzione dell’olio di oliva con un generico olio di semi costituirà sempre un declassamento nella qualità della nostra alimentazione. Ma purtroppo l’utente medio deve fare i conti con l’impossibilità di coniugare le esigenze del portafogli con quelle della salute, un gravissimo problema con cui dovremo sempre più fare i conti.

Mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, abbassare i costi di produzione, massimizzare le rese e fronteggiare le difficoltà relative al reperimento di manodopera sono imperativi categorici per l’olivicoltura nostrana.

Ne va della nostra economia e della nostra salute, malgrado ci sia qualcuno che sostiene che i poveri mangino meglio dei ricchi.

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