E TI CREDO CHE NESSUNO FA PIU’ IL SINDACO

di GIORGIO GANDOLA – Il signor magistrato nutre un’ammirazione così grande per i sindaci da considerarli onniscienti, onnipresenti, onnipotenti. Praticamente Superman e Wonder Woman. Così a Crema accade che Stefania Bonaldi, primo cittadino, riceva un avviso di garanzia perché indagata per una vicenda spiacevole: un bambino si è schiacciato un dito in una porta antincendio dell’asilo comunale. Il piccolo ha rischiato di perderlo, gli è stato riattaccato con un intervento all’ospedale San Raffaele. E il sindaco in tutto questo cosa c’entra? In teoria tutto e niente. Però meglio far spiegare a lei.

“La procura deduce che la sottoscritta, in concorso con altri, avrebbe omesso di dotare la porta tagliafuoco di qualsivoglia dispositivo idoneo a evitare la chiusura automatica o a garantire la chiusura e l’apertura manuale in sicurezza, contro il rischio di schiacciamento degli arti o di altre parti del corpo dei bambini ivi accolti”.

Premesso che adottare un dispositivo simile significherebbe azzerare gli effetti di una porta tagliafuoco (che ha un senso solo se si chiude automaticamente), d’ora in poi nel curriculum politico di un candidato sindaco è bene che si evidenzi un passato da ferramenta. O in alternativa uno stage da Leroy Merlin. O infine una certa familiarità con il bricolage.

La vicenda è paradossale ma la legge parla chiaro: si chiama responsabilità oggettiva. Non è detto che la signora Bonaldi venga rinviata a giudizio, ma se ciò dovesse accadere il processo sarebbe molto interessante. Soprattutto riguardo alle tutele giuridiche – in Italia ormai saltate del tutto – di un pubblico amministratore. Senza voler sentenziare a nostra volta o voler entrare nel gorgo dei codici, possiamo umanamente comprendere un fenomeno che attraversa la penisola: l’assoluta indisponibilità della società civile (professionisti, artigiani, imprenditori) e dei politici di buon livello nel correre per mettersi la fascia tricolore sulla giacca.

Il “ciapanò” a cui stiamo assistendo, la fuga disperata dalle responsabilità pubbliche, è anche figlia di questa caccia all’uomo preventiva da parte della giustizia. Un vecchio sindaco refrattario alla candidatura mi disse: “Piuttosto organizzo una rapina. Tanto un’inchiesta a mio carico arriverebbe sulla scrivania anche se fossi un santo”.

Basta una firma per dover rispondere di tutto, per doversi difendere dagli esposti più arditi, per essere inseguiti dagli avvisi di garanzia che svolazzano come corvi sui municipi dal giorno uno della vittoria alle elezioni.

Questo non giustifica il centrodestra che non trova candidati credibili per Roma e Milano; questo non assolve il centrosinistra dall’impegnarsi in estenuanti primarie dove – stranamente – esulta chi perde.

Purtroppo il sindaco è diventato un bersaglio per tutto. Se un ciclista cade in una buca è colpa sua; se un pirla con il monopattino tampona una vecchietta sul marciapiede è colpa sua, se un bambino si chiude un anulare in una porta è colpa sua. Ne sa qualcosa Chiara Appendino, condannata “per omicidio plurimo e lesioni colpose” a Torino per il gesto di un folle che creò il panico in piazza San Carlo durante la finale di Champions della Juventus.

Urge una revisione in chiave “buon senso” ed è giusto che mezza Italia sia insorta per far capire al parlamento che servirebbe un intervento correttivo del legislatore, per non lasciare il sindaco nella stessa situazione dell’orso al Luna park, bersaglio di ogni palla vagante dalle sue parti.

C’è un’ultima riflessione, forse perfida. Nasce dall’elenco dei primi indignados per l’avviso di garanzia. Giorgio Gori (Bergamo): “Avrebbe dovuto impedire che la porta si chiudesse automaticamente. Ma si può andare avanti così?”. Matteo Ricci (Pesaro): “Come si può indagare un sindaco per una cosa del genere? Siamo al ridicolo”. Antonio Decaro (Bari): “Non chiediamo impunità ma di liberare i sindaci da responsabilità non proprie”. Tutti dello stesso partito della Bonaldi, il Pd.

Per la cronaca: sono tutti della parte politica che oggettivamente per prima ha costruito il mito della magistratura onnipotente e lo ha cavalcato – eccome se lo ha fatto e lo fa, meglio di un fantino del Palio di Siena – per scopi elettorali o di delegittimazione altrui. Ora il signor pm non è più un amico, ora la critica non è più “un’aggressione all’indipendenza della magistratura”. Molto bene, un passo avanti. Il dito nella porta fa sempre male, soprattutto quando è il tuo.

 

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