E PECHINO LA CHIAMA AUTONOMIA DI HONG KONG

di MARIO SCHIANI – Come mangiarsi una città in un sol boccone. E non una città di taglia modesta: Hong Kong, sette milioni di abitanti, migliaio più, migliaio meno.

E’ spuntata la “bozza” della Legge di sicurezza nazionale che Pechino intende imporre alla città in seguito alle proteste di piazza. In più riprese, le agitazioni si susseguono dal 2014 e l’anno scorso hanno raggiunto l’apice, con mesi e mesi di turbolenze ininterrotte: cortei, scioperi, durissimi scontri tra manifestanti e polizia e anche, va ricordato, un’elezione per i consigli di quartiere che ha visto il trionfo delle liste democratiche locali e la disfatta di quelle filo-comuniste.

Alcune delle decisioni contenute nella “bozza” sono dunque trapelate e, va detto, le prime impressioni sono pessime. Alle richieste di autonomia democratica della città – in teoria già tutelate dalla Basic Law, una mini-costituzione sottoscritta da Cina e Regno Unito al momento della consegna delle chiavi della città alla Repubblica popolare nel 1997 – Pechino risponde aumentando i propri poteri di repressione.

In particolare, le autorità cinesi (e dunque non quelle della Regione autonoma di Hong Kong) avranno giurisdizione sulle violazioni alla Legge di sicurezza e i giudici assegnati a deliberare su questi casi “saranno scelti dal Chief Executive”, ovvero dal sindaco-governatore della città. Una carica non elettiva: il Chief Executive viene scelto da un comitato che comprende una parte di rappresentanti eletti e altri scelti tra le categorie economiche, ma è “costruito” in modo tale che Pechino abbia sempre l’ultima parola sui candidati.

In queste poche anticipazioni si intravede la linea cinese del dopo-Tienanmen: non più carrarmati ma una metamorfosi legislativa che finirà per consentire a Pechino di “soffocare” nella culla ogni sussulto democratico.

Il governo locale, peraltro, non è stato a guardare e da parte sua si è già mosso in modo da compiacere il gigante che preme oltreconfine: l’11 giugno scorso il Chief Executive Carrie Lam ha firmato la “National Anthem Ordinance”, l’ordinanza che punisce ogni mancanza di rispetto all’inno nazionale cinese. Rischia una pena detentiva chi non si alza quando l’inno viene eseguito in pubblico e, naturalmente, chiunque osi modificarne il testo introducendo qualche verso sarcastico. L’ordinanza prevede anche che il governo locale possa imporre alle stazioni radiotelevisive di trasmettere l’inno ogni volta che lo riterrà opportuno.

Buona fortuna a chi, nel prossimo futuro, vorrà imboccare la Via della Seta: scoprirà che la pavimentazione è più dura di quanto immaginasse e soprattutto che laggiù la musica è sempre la stessa.

 

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