E NOI DOVREMMO VERSARE I RISTORI AI PRESIDENTI DEL CALCIO

Fanno una confusione del diavolo, tutti pensano a casa propria, ciascuno tira a gabbare l’altro, si ritrovano saltuariamente in Lega per trovare un accordo su niente, ma alla fine piombano sempre sulla stessa mattonella, a ballare lo stesso tango triste: il ristoro, è ora che anche al calcio arrivi il ristoro.

Anche stavolta: trattative sanguinose per arrivare al colpo di genio dei 5mila spettatori sulle tribune, cifra che per le piccole squadre è la normalità, cioè il pericoloso assembramento, ma sul piagnisteo da senzatetto c’è l’unanimità, e cioè sull’idea che le difficoltà del calcio equivalgano alle difficoltà dei pensionati e delle partite Iva.

In altre parole: i presidenti chiedono che lo Stato, la collettività, noi, dreniamo del denaro nei loro bilanci esangui. Già sentita, già sentita e risentita questa idea che le voragini contabili siano colpa del Covid. Cento, duecento, trecento milioni di debiti e noi dovremmo credere che sia colpa del Covid. Ma davvero questi pittoreschi personaggi pensano che tutti noi siamo così beoti? Le cose stanno in un altro modo, l’unico modo semplice e lineare che affonda le sue radici in tanti anni, non nelle ultime due stagioni: il Covid ha certamente provocato dei danni, ma niente di paragonabile ai danni che hanno fatto loro, in prima persona, con la loro struggente gestione da cinepanettone smodato e sguaiato, sempre sopra le righe, sempre al di sopra delle proprie possibilità, o meglio al di sopra della pura logica e del banale buonsenso.

Non dimentichiamo che proprio mentre vanno con il cappello in mano sotto Palazzo Chigi, implorando ristori come pizzaioli e parrucchieri qualunque, questi stessi personaggi sono già immersi in una nuova sessione di mercato, perchè notoriamente quella estiva non bastava, così da poter anche adesso, in pieno uragano Omicron, trattare ingaggi da quattro, cinque, sei milioni di euro netti all’anno. E Draghi – e l’Italia – dovrebbe mettersi una mano sul cuore per questa brava gente, incapace d’intendere e di volere che il metodo della vita sia spendere quanto si guadagna, magari accantonando qualcosa per i periodi cupi come questo?

Ci spiegano con algoritmi contabili e simpatiche analisi finanziarie quant’è dura la vita del presidente, ma mai e poi mai che si decidano a spiegarci perchè un’azienda sommersa dai debiti continui imperterrita ogni anno a fare debiti. Oppure perchè come soluzione al flagello abbiano in testa soltanto un continuo aumento delle entrate, mai e poi mai che li si senta lavorare di fantasia sulla riduzione delle spese. E naturalmente, nemmeno il caso di specificarlo, sono gli stessi tycoon di stampo liberal che nelle loro cene a Portofino lanciano i peggiori insulti e il più sprezzante sarcasmo contro i famigerati aiuti di Stato, proprio quelli che adesso pretendono frignando e pestando i piedi. Se sono per loro, gli aiuti di Stato non sono poi così male, ripensandoci bene.

Liberi loro di chiedere, ci mancherebbe altro, ma sia chiaro: libero Draghi di non rispondere neanche, liberi noi di mandarli a quel paese. In questo paese, per quanto svalvolato e bislacco, dovrebbe sopravvivere ancora una minima decenza, una regola basilare che dice pressapoco così: il ristoro è un alto gesto di solidarietà. A chi la merita, a chi rischia la fame.

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