DOPO ARCURI, TOCCHEREBBE A FONTANA

di CRISTIANO GATTI – Magari è pensar male, ma abbiamo tutti imparato che il più delle volte ci si prende. Questa decisione improvvisa di passare la Lombardia in arancione scuro alla mezzanotte tra giovedì e venerdì, casualmente poche ore prima delle nuove decisioni che il governo e i comitati scientifici prenderanno in tema di colori, a cos’altro può far pensare se non al tentativo di anticipare un probabilissimo rosso, limitando i danni con l’arancione scuro? La Lombardia, per mano del suo presidente Fontana, non ha mai brillato – proprio no – per scrupolo e prevenzione, guarda caso stavolta gioca d’anticipo. Via, pensare male è peccato, ma certe volte è impossibile farne a meno.

Intanto, in giro per le province lombarde il caos si sovrappone a caos. Molti anziani over 80 già registrati per la vaccinazione, anzichè ricevere l’SMS di convocazione ne ricevono uno con tante scuse imbarazzate per il rinvio. In alcuni comuni addirittura gli anziani non hanno ricevuto l’Sms di convocazione perchè l’apparato regionale s’è scordato di mandarlo.

Inutile insistere: cominciata male, in Lombardia questa stagione Covid sta andando avanti pure peggio. Su tutto, la promessa che suona più ironica: tutto il popolo lombardo vaccinato entro giugno. Mancano ormai due mesi e mezzo, più facile credere che Cappuccetto Rosso si mangi il lupo.

E va bene, ci siamo liberati di Arcuri, considerato all’unanimità il signore degli incapaci. In Italia, la vera notizia del periodo potrebbe essere proprio questa: che da ora in poi cacciamo gli incapaci. Chi dà prove evidenti di non essere all’altezza. Senza cattiveria: per una volta, mettendo semplicemente davanti il bene collettivo.

Chiedo allora: quando Attilio Fontana? Lo dico da lombardo, parlando di una terra e di una situazione che conosco. Non lo dico da antileghista, non permetto a nessuno di buttarla in politica, lo direi di qualunque colore fosse: lo dico da cittadino molto deluso, molto risentito, molto avvilito. Da queste parti, abbiamo già mandato a casa Gallera, l’assessore alla Sanità, per evidente insussistenza dei requisiti di base.

Mi rivolgo allora a lei, direttamente, caro presidente Fontana: che cosa aspetta? Davvero pensa che noi lombardi siamo così tonti da considerare Gallera unico responsabile di questo sfacelo regionale? Dia retta: si faccia un bell’esame di coscienza. E poi sarebbe un grande gesto tirare le inevitabili conclusioni.

Ovviamente sono certo che non lo farà, che mai e poi mai si tirerà indietro. Da noi cadono come mosche i governi nazionali, quelli regionali molto meno, contando solitamente su maggioranze molto robuste. E siccome nessuno la può rimuovere dall’alto – come nel caso di Gallera e di Arcuri -, continuerò ad averla come presidente. Sopporterò ancora, io e i miei conterranei, come abbiamo fatto sinora.

Però, a titolo personale, vorrei sapesse almeno questo: mai, neppure un giorno, mi sono sentito tutelato, protetto, accudito dal mio presidente. L’ho sempre visto impegnatissimo a tutelare certe categorie, certe lobby, certi interessi. L’ho sempre sentito recepire le indicazioni delle autorità sanitarie nazionali come angherie, come cattiverie, come soprusi: l’ultima zona arancione, si presume sempre istituita per tutelarci un po’ meglio, l’ha accolta con un livoroso “ne prendo atto”. Mai l’ho sentito dalla mia parte, mia e della mia famiglia. L’unica volta che ha dato segni di esistenza in vita, ricordo, riguarda la famosa bega con Roma sui dati e sui conteggi: casualmente, dopo aver mostrato i muscoli, ha lasciato cadere nel vuoto la faccenda, quando è emerso chiaramente che la colpa del tragico equivoco era di un dirigente suo.

Non vado oltre. Mi basta farle sapere che lei da un bel po’ di tempo non mi rappresenta più. Che non mi sento sicuro nelle sue mani. Che ha fallito la sua missione suprema, certo non evitarci il Covid, missione quella impossibile a chiunque: ma quella più umana e più impegnativa di mettere al primo posto, sopra tutto e sopra tutti, la salute nostra, dei nostri vecchi e dei nostri figli. E se proprio vogliamo biecamente fermarci ai risultati, guardiamoli: lei ha tenuto la Lombardia costantemente al primo posto nella macabra classifica dei contagi, e poi costantemente in coda nella classifica vaccini. Certo non ha fatto tutto da solo, ma il problema è che lei sta al vertice, ha la responsabilità ultima e prima della macchina. Le piaccia o no, deve risponderne.

Non è mai facile per nessuno ammettere un fallimento personale e farsi da parte. Per un politico, men che meno: nel vostro giro, ammettere un errore non è contemplato, dal vostro punto di vista è un inconcepibile segno di debolezza. Sono certo così che nessuno la schioderà dal suo posto, dal comando della Regione più deludente e sconclusionata nell’odissea del Covid. Tanto meno il suo capo Salvini, che per Arcuri ha condotto una sanguinosa battaglia in nome dell’efficienza, ma che evidentemente dev’essersi distratto sulla Regione avita.

Tutto, così, resterà come prima. Il mito della Regione modello si consoliderà giorno dopo giorno come modello vagamente comico. Ma almeno lo sappia: se davvero Draghi sta aprendo la stagione strana in cui chi fallisce deve farsi da parte, in teoria, almeno in teoria, subito dopo Arcuri toccherebbe a lei. Avrebbe tutte le carte in regola. Sempre ragionando per ipotesi, sarebbe la sua mossa più riuscita in tema di salute pubblica.

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