DJOKOVIC, VISTO ANNULLATO: CRONACA DI UN MATCH DIVENTATO NOIOSISSIMO

Prima palla di servizio al tie-break, batte il governo australiano. Djokovic viene bloccato alla dogana e gli negano il visto perché è rigettata la tesi dell’esenzione per mancanza di argomenti chiari. Ace e primo set vinto.

Il numero uno viene trasferito all’hotel dei rifugiati senza nessun comfort, buttato lì nella calca di chi è abituato a vivere ai margini. Fuori il finimondo, capitanato dal padre eccessivo che straparla di Spartaco e Gesù. La Serbia si sente offesa e si scatenano piccole guerriglie con gli espatriati che la polizia argina con spray e manganelli. Il mondo del tennis si divide, così come l’opinione pubblica. Si leva una voce autorevole su tutte, quella di Rafael Nadal. “Ha preso le sue decisioni, ma poi ci sono delle conseguenze, lui conosceva le condizioni da molti mesi”.

Finale del secondo set. Al servizio i legali del serbo, che ricorrono contro la decisione del governo. Il giudice Kelly ribalta la situazione e strappa l’annullamento della prima sentenza. Volée di rovescio sulla riga dopo una scambio rapido: deuce, un set pari. Nole non solo può restare a Melbourne, è libero di trasferirsi nell’hotel giusto per il suo livello e addirittura ricomincia ad allenarsi. Feste e balli dei suoi sostenitori, paroloni eccessivi per spingere l’iperbole del tennista martire.

Innocentisti e colpevolisti devono rispettare con civiltà le decisioni formulate dall’una e dall’altra parte. Come succede in ogni grado processuale, le sentenze vengono emesse sulla base di evidenze e di prove. In questo caso, si è stabilito che il funambolo della rete aveva già avuto il Covid il 16 dicembre e, quindi, l’esenzione era supportata sostanzialmente da una guarigione. Mossa astuta e abbastanza ineccepibile, anche se ci domandiamo perché questa verità non sia stata esposta subito.

Per fare la morale di questa storia picaresca, dobbiamo separare bene l’aspetto prettamente legale dall’etica. Se le date fossero quelle, il talentuoso Nole sarebbe rimasto in giro proprio nei giorni della sua piena carica virale a ricevere premi e incontrare gente, rigorosamente senza mascherina, giammai, io sono un orgoglioso no-vax: lo testimoniano impietosamente le foto e i video sulla rete. Un untore consapevole che non esiteremmo a condannare e a denunciare all’istante, come una società che voglia chiamarsi civile sta cercando di fare dal 2020. L’equivalente di un qualsiasi cretino contagioso che va in un supermercato a fare la spesa senza protezioni e se ne infischia bellamente dei decessi e dei contagiati, che nel mondo ormai ammontano a 5,5 e 300 milioni rispettivamente. Numeri (tristemente) da Grande Slam.

E’ davvero così, il finale? Fermi tutti. Dietrofront, saltano fuori le nuove rettifiche. No, era positivo in date successive alle foto: allora non è un più un untore, è solo uno spergiuro. Si leggono anche le prime scuse sulla scorretta compilazione del modulo d’entrata che confermano la tesi della furbata pasticciona (davvero non si ricordava di essere stato a Marbella a fine anno?). La faccenda s’ingarbuglia parecchio, con toni da Grande Fratello ATP.

In una situazione di totale equilibrio, il match si decide comunque solo al terzo set. Tocca al Ministro dell’Immigrazione andare al servizio, stavolta si gioca con palle nuove e a favore di sole. Un vantaggio che deve utilizzare bene per portare a casa il suo piccolo Australian Health Open, salute e coerenza contro sport e privilegi. L’83% degli australiani sono idealmente con lui alla Rod Laver Arena, a favore dell’espulsione. Si combatte fino all’ultimo rovescio, magari solo una pallina sul nastro deciderà l’esito: alla fine rimbalzerà nel campo di Djokovic, incapace di prenderla.

Così è. Il ministro annulla il visto per “ragioni di salute e di ordine pubblico”. Gioco-partita-incontro, come direbbe il grande Gianni Clerici. Il serbo torna a casa con ignominia. Sempre che un nuovo ricorso non riapra l’infinita partita. Così che tutto il mondo si ritrova di nuovo davanti alla stessa, ormai stucchevole domanda: chissà se il feuilleton finisce qui.

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