DIVISI ALLA META

di GIORGIO GANDOLA. «Eppure è sempre vero anche il contrario». È il motto del professor Bellavista, il filosofo da ballatoio inventato da Luciano De Crescenzo, e ancora una volta si conferma il vero, granitico, immortale articolo uno della Costituzione italiana. È il comma scomparso come un Van Gogh la notte in cui i padri costituenti stilarono la Carta, il foglietto fatto svolazzare via dal ponentino e perduto nella confusione dell’ultima ora. Chissà dov’è finito, di sicuro è quello che l’italiano medio ha impresso a fuoco nella memoria dal primo vagito all’ultimo respiro.

Nel litigare siamo sempre stati i migliori, lo stiamo confermano nella triste, spossante, stagione del Coronavirus. Parafrasando Totò (altro maestro di pensiero tricolore) «divisi si nasce e io modestamente lo nacqui». Non c’è nulla in questi tre mesi che abbia unito gli italiani, se non la paura del contagio. Così non può stupirci l’ultima veemente polemica fra il commissario agli approvvigionamenti Domenico Arcuri, criticato anche dalla zia che lo aveva mandato a fare la spesa all’Esselunga, e Federfarma sulle mascherine. Il prezzo politico è sempre un fastidio perché non ti fa guadagnare abbastanza. È solo lo scontro più recente e neppure il più aspro.

Finora abbiamo dato il peggio, trasformando un enorme problema sanitario nella solita guerra civile: governo contro regioni, sinistra contro destra, Conte contro Renzi, virologi contro epidemiologi (60 milioni di virologi, Burioni come Bearzot), Ischia contro Codogno, pugliesi contro lombardi, tamponatori contro sierofili, tifosi del gregge contro tifosi dei pipistrelli in vetrina, aperturisti contro chiusuristi, chi ha fermato i voli a Fiumicino contro chi li ha fermati alle Maldive, «meglio Imagine o Bella ciao dai balconi?», governatori da apericena contro governatori da lanciafiamme, sindaci metropolitani contro ossessionati dallo spritz, divanati cronici contro runner compulsivi. Tutti contro i droni. E ovviamente – momento più alto – opinionisti da mercato del pesce contro il buonsenso, che per sua natura è sempre di corta.

Finora questa Fase 2 eternamente provvisoria ha un solo comune denominatore: lo scaricabarile. «L’importante è che non sia colpa mia» sembra essere il mantra politico di un paese abituato a vivere in perenne campagna elettorale. «Noi siam da secoli calpesti e derisi/ perché non siam popolo, perché siam divisi». Lo cantano pure i calciatori, nessuno ha mai smentito Goffredo Mameli.

Eppure siamo ancora in tempo a ribaltare il risultato, a cercare in un sussulto di dignità collettiva il senso del bene comune. Che non è una formuletta ma un obiettivo: se non ci unisce una pandemia, cos’altro? È il momento di stare tutti dalla stessa parte, di uscirne insieme, di piantarla con le trappole e le invettive. Anche perché, fiore blu che spunta dal fango, c’è l’altra incontestabile verità alla quale ci aggrappiamo per la Fase 3. Quando siamo soli, con le spalle al muro e le gambe che tremano non ce n’è per nessuno: i medici diventano eroi, le infermiere angeli, i ricercatori decisivi, tutto si fa silenzio, l’alpino abruzzese attraversa il Piave, Rivera fa gol alla Germania e Valentino impenna la moto. Allora, solo allora, si avverte il respiro di gente speciale senza Fabio Fazio e Toto Cutugno fra i piedi.

Come spiega Marco Turinetto, docente del Politecnico di Milano e uomo saggio: «Ogni grande azienda mondiale ha un problema irrisolvibile e un italiano che lo risolve». Si chiama Marco, Francesca, Achille. O Guglielmo Marconi, Leonardo Da Vinci.

Il dramma italiano l’aveva centrato quel tal Massimino, presidente del Catania: dove diavolo si compra l’amalgama?

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