DA COSTANTINOPOLI IN LA’, RIPRENDO IL VIAGGIO IN BICI

di SERGIO GHISLENI – Non so ancora come si chiami stavolta, ma “quel mio viaggio là” ricomincia. Questione di giorni, ormai. E anche fossero settimane, qua le unità di misura non sono quelle solite, diciamo così. Il primo pezzo, nel 2014, l’avevo chiamato Costucost. Il secondo, nel ‘15, Tods Uei. Il terzo, nel ‘16, Orientecchspress.

Spiego: ero partito dall’Oregon (sulla costa del Pacifico) per arrivare in Virginia (sulla costa dell’Atlantico), e quindi per gli americani e per tutti facevo “coast-to-coast”: 4mila miglia, 57 giorni in bici, riposi inclusi.

L’anno successivo ero ripartito dalla Galizia, sulla costa spagnola dell’Atlantico, per arrivare a Venezia (entrandoci via Chioggia e Lidi sud, per chi è pratico). Siccome un mio ex collega di lavoro era morto schiacciato da un camion in una strada di Milano, e siccome a suo tempo con lui si era detto che un bel giorno ci sarebbe piaciuto fare il Camino de Santiago in bici, beh, mi son detto, e ho detto a sua moglie: lo rifaccio io (seppure in senso contrario) per lui, e lo chiamo Tod’s Way, il cammino di Tod. Lui si chiamava Pierluigi Todisco. Neanche a lui piaceva molto l’anglofilìa divampata nel giornalismo sportivo, terreno di comuni frequentazioni professionali. Quindi: Tods Uei. Km 2400 circa, giorni 17 (riposi esclusi, in questo caso).

L’anno dopo ancora, via di nuovo, da Venezia a Istanbul. I chilometri erano meno, ma i Paesi da toccare molti di più: Italia Slovenia Croazia Bosnia Serbia Bulgaria Turchia (quel pezzettino che sta “di qua” e ancora non è Asia Minore, ma Turchia è). Facile scegliere il nome del viaggio: Orient Express. Quindi Orientecchspress. Anche perché quella volta, per necessità più che per volontà, dovevo fare un po’ più in fretta e la fretta è sempre una pessima compagna di viaggio. Pazienza, andò bene lo stesso. E con pazienza, e col mio solito sedere sfacciato, andrà bene anche questa nuova cosa con partenza da Costantinòpoli (per me Costan-ciclòpoli).

Che poi, cos’è un viaggio “andato bene”? Un viaggio dal quale torni, direi prima di tutto. E mai prendersi troppo sul serio, per farli andar bene. E certe lingue “influenti”, per esempio, sembrano fatte apposta per farci cadere nell’errore. Coll’inglese vai dappertutto: certo, qua “in Occidente”, ma poi? Quindi adesso che gli anni son passati, e mi viene incontro la sconfinata Asia, e il viaggio comincia a diventare sfida (ma sfida a chi poi? Ah già, alla fifa, che quando non sai di che cos’è è quando la soffri di più), ho pensato che: primo, ho fatto bene a storpiare gli anglofonismi fin da allora; due, che no, per questo viaggio, “Pigafetta Challenge”, no. Anche perché Pigafetta 500 anni fa “si fece un famoso giro per mare”, con Magellano e altri, e questa usurpazione di nomi celebri non è roba per noi della Viaggiatori Anonimi Solitari Associati, VASA, come la gara svedese di 100 km sulla neve, che un altro mio collega del secolo scorso, Claudio Gregori, mi trascinò a fare, finendola un’ora prima di me.

Ma siccome è anche vero che saper cambiar idea ci può salvar la vita, e questo dei nomi (come lo fu la Vasaloppet) è un gioco e i giochi devono aiutarci a vivere meglio, io sfido il mio stesso senso del ridicolo e parto per la mia Pigafetta Road, e quindi Pigafetta Ròd, ma coll’accento acuto, non grave come lo avete letto qua.

Le lingue si possono violentare – e io nel mio piccolo lo faccio da mezzo secolo -, ma per me restano una cosa serissima. Per esempio il bergamasco, che considero pomposamente la mia quarta lingua, e che ha “notoriamente” 7 vocali contro le 5 dell’italiano. Non fate facce da dottori della Crusca: è questione di suoni, no? Per esempio: agl’ignoranti crònici come me si assicura che l’alfabeto cirillico ne individua più di una trentina, tutti diversi, e io mi ci devo abituare. Perciò mi sono allenato duro col bergamasco, e perciò la mia sfida sarà: pensa in bergamasco (o in vicentino, come el faseva el Pigafétta, ciò!) e parla un po’ come potrai. Scrivere, quello sarà altra cosa da inventare. Non so proprio se, come, da dove, quando, a chi e soprattutto su che cosa scriverò.

A chi “mi ha pubblicato” nei tre viaggi precedenti, va questo pseudo articolo, questa articolessa anzi, a guisa di omaggio spero reciproco e segno di stima spero reciproca.

Un Qualcuno Vero disse che ogni essere – umano o non -, dal più fortunato al più apparentemente insignificante, è un’opera d’arte unica; ma se è lei o lui a dirlo, dico io, diventa Pseudoarte. Da un po’ di anni in qua le vere opere d’arte (già ma quali sono? Lasciamo perdere) mi fanno girare la testa ancora più dei viaggi che faccio. Ho sempre sognato di scoprire in soffitta un Rembrandt, e non per venderlo, lo giuro. Lo giuro!

Ma invece (e qui mi soccorre il Bergamasco) io a casa ho soltanto un Rèmbambìt.

E no, non è un quadro. Sono io.

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