COVID, L’URLO NEL DESERTO DELLA CREMONESE

di TONY DAMASCELLI – Sconfitta sul campo dal Cittadella, la Cremonese ribalta il risultato e si porta in vantaggio su soliti cafoni vestiti da tifosi che hanno berciato allo stadio, non mantenendo il posto garantito e presentandosi senza mascherine, secondo usi e costumi di chi se ne frega di tutto.

Così il club ha deciso di chiudere lo stadio Zini per il prossimo impegno di coppa Italia contro l’Arezzo. Un gesto eroico in mezzo al branco di lupi che si aggira nei boschi del football nostrano, licantropi che cercano il loro cibo, dunque i soldi e ne vogliono sempre di più, non bastano mille spettatori, facciamo duemila, poi cinque, mezzo stadio e poi si ritorni al precovid, liberi tutti di ammassarsi e di procedere con il consueto e raffinato “devi morire”.

I primi fumi si sono visti già all’Olimpico di Roma, dove i settecento ospiti si sono fatti riconoscere per i cori abbinati alle deiezioni, tutto in diretta televisiva senza bisogno dell’immersione che piace assai a Caressa Fabio.

E’ il nostro meraviglioso pubblico senza il quale il football non esiste, non ha significato, è opportuno sporcarlo con l’urlo bestiale. Il minuto di silenzio, nel ricordo delle vittime della pandemia, ha lavato coscienze sudicie, ma le deiezioni di cui sopra resistono al logorio del virus moderno.

A Cremona hanno giocato d’anticipo, fuori gli idioti dal tempio, l’esempio è unico e non avrà seguito, non ne parleranno Lotito e Friedkin, nemmeno Agnelli o Zhang, Ferrero o De Laurentiis, loro vogliono spalancare le porte degli stadi, sono capaci di ospitare a colazione ultras e affini, il popolo pagante deve tornare al più presto ad occupare i famosi spalti, è necessario, decisivo per salvare bilanci da galera. Di Cremona non frega nulla a nessuno, anzi, essendo la città del torrazzo, per i signori del calcio la rima è immediata.

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