CONSOLARSI AI MONDIALI PENSANDO CHE E’ MEGLIO L’ITALIA SIA FUORI

Nello studio RAI in Qatar gli ospiti d’onore per la cerimonia di apertura dei Mondiali e della partita inaugurale sono Claudio Marchisio e Andrea Stramaccioni. Sobri, senza fronzoli, peraltro senza aggiungere granché ai servizi che si alternano alle immagini in diretta: il primo sulla storia del Paese che il giornalista chiama Qàtar (!) e gli abitanti catarini (tutti gli altri, per le 3 ore di trasmissione e nel resto d’Italia, catarioti), il secondo sul mondo femminile da quelle parti. Edulcorato e con i problemini delle donne appena sfiorati: le immagini ne mostrano a bizzeffe a spasso, al bar, sorridenti e ben vestite. Una favola.

Poi, sul palco dello stadio Al Bayt definito “il vero fortino della Nazionale di casa” (una tana quasi inespugnabile), Morgan Freeman e un disabile qatariota, con alle spalle una grandiosa storia di coraggio e tenacia, dialogano di uguaglianza, tolleranza, aggregazione. Non fosse che per il contesto, la scena appare credibile e non annacquata di propaganda (non avendo tra l’altro notizie del compenso eventuale corrisposto alla star di Hollywood).

La cerimonia pirotecnica allestita dall’italiano Marco Balich non è nemmeno così stupefacente, anzi al limite della sobrietà: canti, balli, luci, fumo. Altre volte ai Mondiali o alle Olimpiadi abbiamo visto cose più grandiose o futuribili. Quel che arriva dalle immagini RAI rende la sensazione di uno spettacolo canonico, quanto meno senza suscitare meraviglia né sorprese particolari e questo, per tagliare i nastri di un transatlantico da 220 miliardi di dollari, è l’aspetto più curioso.

Infine la partita, onestamente un mezzo obbrobrio: il fortino Al Bayt crolla miseramente sotto i colpi dei sudamericani, più tecnici, più organizzati e – soprattutto – con una cognizione di causa su come si tocchi il pallone. Così bravi e forti che Lele Adani, l’amico di Tony Damascelli che fa la seconda voce della telecronaca ufficiale, li conosce a memoria: movimenti, schemi, storie (infine persino polemizza con il CT equadoregno: “C’erano molti altri bravi giocatori convocabili”). I padroni di casa sono un disastro, non cuciono due passaggi di fila, procurano un rigore maldestro, perdono 2-0 grazie allo scatenato Valencia, capitano ecuadoregno che gioca in Turchia dopo alcune apparizioni in Premier League. L’attaccante tecnico e robusto di gol ne segnerebbe 3, ma il primo glielo annulla il VAR per fuorigioco di menisco (un ginocchio al di là del difensore), il che non impedisce alla squadra sudamericana di esultare in circolo, tutti in ginocchio, con le braccia al cielo. Una specie di preghiera cattolica in un tempio calcistico musulmano. Primo test di tolleranza e integrazione superato, si direbbe.

L’ultima nota è per l’arbitro italiano Orsato, adeguato al look di buona parte dei calciatori del pianeta: ciuffo in testa e rasatura sulle tempie. Orsato è andato oltre scolpendosi anche la bananina alla Stanlio. Quando si è giovani dentro, si prova a rendere l’idea anche fuori.

Resta l’amarezza per l’assenza degli azzurri, la seconda consecutiva a un Mondiale. Ma alle 21, un paio d’ore dopo la fine di Qatar-Ecuador, va in onda Austria-Italia che finisce 2-0. A quel punto, ormai quasi a mezzanotte, i rimpianti vanno a dormire insieme con quel sogno dell’Europeo vinto soltanto 16 mesi fa. Non facendoci ricordare come, né tanto meno perché.

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