CONSERVATORI: UNA DIFESA (ELASTICA) DEI VALORI

Perché in Italia essere conservatori è maledettamente difficile: perché gli italiani lo sono sì, ma nel senso di essere attaccati soprattutto a certe abitudini. Abitudini che in genere, però, sono tutt’altro che buone, anzi spesso sono pessime. Ce lo spiega con assoluta chiarezza una delle firme più illuminate del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, che vi riproponiamo.

La prima volta nella storia dell’Italia repubblicana in cui capita che a una competizione elettorale si presenta un partito come Fratelli d’Italia che si proclama espressamente e orgogliosamente conservatore, non sarà male interrogarsi sul significato che può avere questo termine all’inizio del XXI secolo. Naturalmente dal punto di vista di chi firma queste righe.

Essere politicamente conservatori non significa essere contro il cambiamento, non significa affatto essere a favore sempre e comunque del mantenimento dello status quo. Significa una cosa assai diversa: significa essere contro il cambiamento come lo intendono i progressisti. Contro i contenuti, le scelte e i tempi che caratterizzano la politica progressista, e viceversa essere a favore di scelte e contenuti differenti. Non vuol dire insomma, essere comunque contro, bensì fare il contrario. Naturalmente vuol dire anche in senso proprio cercare di conservare. Ma conservare che cosa? Direi conservare quella cosa che sono i «valori» di una società, alcuni aspetti essenziali della sua «tradizione». Beninteso con la consapevolezza che i valori e la tradizione sono un fatto storico, dunque frutto del mutamento e perciò soggetti pur essi inevitabilmente a mutare. La cui difesa perciò non può che essere una difesa elastica: vale a dire ragionevole, argomentata, e inevitabilmente disposta a qualche margine di compromesso o di ritirata.

Se questo è il conservatorismo politico, si capisce perché in Italia essere dei veri conservatori è maledettamente difficile: perché gli italiani sono conservatori sì, ma nel senso di essere attaccati soprattutto a un certo inveterato loro modo d’essere, a ciò a cui si sono assuefatti ricavandone piccoli o grandi vantaggi. Sicché in Italia «conservare» rischia sempre di voler dire conservare non i valori ma le abitudini. Abitudini che in genere, però, sono tutt’altro che buone, anzi spesso sono pessime, essendo legate o a un esasperata difesa del proprio «particulare» ovvero al malfunzionamento e ai vizi anch’essi antichi delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle statali (la facilità nell’evadere le tasse, per dirne una).

Dunque chi da noi si dichiara un conservatore — come da tempo va facendo per l’appunto Giorgia Meloni — non dovrebbe mai fare a meno di chiarire in che modo intende esserlo: in che modo, in che senso, e in che misura, intende difendere certi valori tradizionali. La cui difesa, proprio perché si tratta di valori dalla nobile storia, corre sempre il rischio di cadere nella retorica, talora nella retorica più trombonesca. Dio, patria e famiglia, ad esempio, sono valori tradizionali a mio giudizio senz’altro degni di essere preservati. Ma lo si può fare o in modo vuoto e declamatorio come in un celebre comizio di Totò, oppure rendendosi conto del carattere problematico che essi rivestono nel mondo moderno. Accettando dunque tale carattere e magari provando a immaginarne qualche esito non necessariamente conflittuale.

Come dicevo sopra, conservare davvero, significa non già opporsi al cambiamento in quanto tale ma opporsi al cambiamento che obbedisce supinamente all’ultima moda, all’ultima formuletta culturale del politicamente corretto, alla demagogia dei tempi. Ed è proprio perché si oppone alla demagogia dei tempi che un vero conservatore dovrebbe sentire l’obbligo, lui per primo, di rinunciare alla possibile demagogia del proprio campo. Limitandosi semplicemente a cercare di proporre (e di fare) il contrario del campo avverso.

Anche se fare il contrario è tutt’altro che semplice. Lo mostra proprio il partito che oggi si candida a rappresentare i conservatori. E lo mostra a mio avviso in un ambito cruciale per ogni posizione conservatrice: quello dell’istruzione primaria e secondaria. Un ambito devastato da tre decenni di cambiamenti rovinosi, da scelte di politica scolastica quasi tutte ispirate da un vuoto progressismo educativo la cui conseguenza è che oggi metà dei quindicenni italiani non sono in grado neppure di comprendere il significato di un testo. Quale ambito per un partito conservatore più cruciale di questo, dove tra l’altro si trasmette il valore del passato e l’identità del Paese? Quale ambito più di questo per il quale immaginare proposte di svolte audaci e coraggiose? E invece no. Se si legge il punto dodici del programma in rete di Fratelli d’Italia dedicato a questo tema non si trova nulla di nulla nella direzione ora detta. Solo un generico impegno ad abolire la scuola-lavoro e la renziana «Buona scuola» ma niente, invece, sui programmi e sull’articolazione dei percorsi scolastici che sono il cuore del problema, niente sulla questione del merito o per dirne un’altra sulla rovinosa presenza delle famiglie nelle faccende della scuola.

Essere conservatori, come si vede, è una faccenda elettoralmente assai più complicata di quanto si possa credere. Perché non vuol dire essere di una destra più simpatica e rassicurante. Vuol dire, sì, non essere di sinistra, ovviamente. Ma al fondo vuol dire essere soprattutto a favore di cose — il buon senso, la cautela, l’amore per il passato, la conoscenza del mondo, il senso dello Stato, la coerenza — che con la destra e la sinistra in buona misura non c’entrano nulla. Perché sono cose che con buona pace di tutti stanno forse da un’altra parte.

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