COLLINS, UN MEDIANO SPAZIALE

di GHERARDO MAGRI – Si è appena spento Michael Collins, uno dei tre astronauti dell’Apollo 11, che segnò la data storica del primo allunaggio nel luglio 1969. Un signore gentile di 90 anni, che per tutta la sua vita ha giocato il ruolo del (super)gregario nei confronti degli altri due, Neil Armstrong, anche lui passato a miglior vita nel 2012, e Buzz Aldrin, l’unico sopravvissuto. A loro due la ribalta mondiale ha portato fama, notorietà e soldi molto più dell’italiano d’origine Michael (nato in via Tevere 16 a Roma, perché il papà militare era di stanza nel nostro paese), che sui libri di testo sarà per sempre ricordato più come un taxista di lusso che un vero eroe. Niente di più sbagliato, invece. Aiutiamo a riabilitare la sua figura, nei giorni più tristi, quando resta solo la memoria.

Lui era considerato uno dei migliori piloti a disposizione della Nasa e la qualità della sua preparazione non è stata da meno, soltanto più sconosciuta e decisamente diversa da chi ha camminato sul suolo lunare. Costretto ad allenarsi da solo, il suo destino era già chiaro, ha dovuto scrivere un manuale di procedure di oltre cento pagine e imparare a memoria diciotto possibili scenari per essere pronto a ogni evenienza, ovviamente anche quelle catastrofiche.

Nelle 24 ore in cui ha orbitato da solo intorno alla luna mentre i suoi colleghi saltellavano sulla polvere grigia del satellite sconosciuto, facile immaginarci la tensione nel pilotare l’unico modulo di rientro possibile sulla terra e la sua concentrazione nell’attraversare più volte la zona oscura, che lo privava completamente di qualsiasi contatto. Nel suo libro “Return to Earth” leggiamo un suo pensiero:  “Ero solo, assolutamente solo, e completamente isolato da qualsiasi altra forma di vita conosciuta. Se si fosse fatto un conteggio, il risultato sarebbe stato 3 miliardi più due dall’altra parte della Luna, e uno più Dio da questo lato”.

Michael Collins non ha mai amato i riflettori ed è stato sempre un uomo umile e modesto. Intervistato dalla BBC sulla sua condizione di estrema solitudine e isolamento dal genere umano, la sua risposta, alzando le spalle, è stata “E quindi?”. I suoi cari lo ricordano infatti con una bella dichiarazione: “Mike ha sempre affrontato le sfide della vita con grazia e umiltà e ha affrontato la sua ultima sfida allo stesso modo”. Grazia e delicatezza che gli hanno permesso di disegnare lui stesso l’emblema della missione Apollo 11, cucita sulle loro tute e simbolo di un’impresa epica. La classica aquila americana, ma con decisiva correzione: un rametto d’ulivo tra gli artigli minacciosi, confezionando in questo modo il migliore messaggio di pace di chi veniva a curiosare in casa altrui. Un tocco artistico e poetico allo stesso tempo. Senza nemmeno scrivere in chiaro, per scelta, i nomi dei tre astronauti, così da enfatizzare il concetto di lavoro di squadra.

Anche dopo essersi ritirato dalla NASA nel 1970, Collins accetta lavori importanti ma mai di primissimo piano. I suoi incarichi non lo portano ai vertici delle organizzazioni: inizia come Assistente Segretario di Stato per gli affari pubblici, per passare a Direttore del National Air and Space Museum, poi sottosegretario dello Smithsonian Institution e, infine, vicepresidente della LTV Aerospace. Collins si dimette nel 1985 per avviare la propria società di consulenza.

Un’esistenza intera mandando in gol gli altri e continuando ad agire dietro le quinte, seriamente e serenamente, insomma, una vita da vero Grande Mediano. Un messaggio importante e mai così attuale da passare anche ai giovani, che faticano a ricordarsi del suo nome. Anche se non molto glamour nella società di oggi, tanto rivolta all’apparire più che all’essere, noi te lo vogliamo dire: grazie Michael, non dimenticheremo mai ciò che hai fatto e come lo hai fatto. Senza le persone come te non si va da nessuna parte, nemmeno sulla Luna.
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