COIFFEUR DONALD

di GIORGIO GANDOLA – Quasi quasi mi faccio uno shampoo. Fischiettando Gaber siamo qui con i capelli insaponati a commentare la penultima uscita di Donald Trump, incapace di mettere insieme tre discorsi senza vincere il premio per la fesseria della settimana.

Mentre il virus cinese morde gli americani e la campagna elettorale contro l’altro arzillo perdente Joe Biden langue sui temi scottanti, ecco che The Donald s’inventa un problema epocale da risolvere a modo suo. «Si entra in una nuova casa, si apre il rubinetto, l’acqua non esce. Aprite la doccia e, se siete come me, non potete lavarvi bene i vostri bellissimi capelli».

Tu pensi che stia andando di metafora, che stia decollando con una similitudine ardita destinata ad atterrare sulla ripresa dell’economia, sul muro con il Messico, sulle ragioni fiscali dei farmer del Midwest. E invece ce l’ha proprio con la doccia di casa sua, dei suoi alberghi, delle penthouse sulla Fifth Avenue come dei block in fondo ad Harlem che sul più bello – invece che esprimere getti morbidi e avvolgenti stile cascate del Niagara – esalano rivoli inutili, insignificanti, simili alle chiacchiere vuote di Nancy Pelosi.

Trump the plumber, adesso fa anche l’idraulico. Ed è con la chiave inglese che si presenta nella fabbrica Whirlpool a Clyde nell’Ohio, per stigmatizzare la vera barriera che impedisce al sogno americano di realizzarsi: la doccia stitica.
Il presidente si irrita, l’argomento dev’essere pregnante. «Perdete 20 minuti. Allora tu supplichi: per favore esci. L’acqua gocciola, giusto? Sapete di cosa sto parlando, ci mettono i limitatori di flusso. Io me ne sono sbarazzato con una firma».

È la sua rivoluzione, se la giornata comincia così (insaponati e infelici) potrebbe perfino finire male. Sembra uno sketch di Woody Allen, il dramma è che è tutto vero. Come i mafiosi liberati durante la pandemia dal ministro Bonafede, come i 600 euro rifiutati agli artigiani e concessi ai parlamentari.

C’è qualcosa di molto surreale e di molto traversale che percorre il mondo: la follia politica senza freni. Trump ce l’ha proprio con i soffioni e il governo recepisce immediatamente il dolore del presidente, che per proprietà transitiva dovrebbe diventare impiccio per milioni di americani. Così il dipartimento dell’Energia non perde tempo e propone di modificare la legge del 1992 che prevede l’erogazione di un massimo di 2,5 galloni d’acqua al minuto. Troppo pochi, Trump vuole il getto da uragano, a costo di rischiare di perdere la parrucca nello scarico. L’amministrazione ha una richiesta non negoziabile: il limite non può più essere valido per il soffione ma solo per ciascun ugello.

Il delirio moltiplica i suoi effetti quando, sul tema, l’opposizione dem si mette di traverso sorretta dalle immancabili associazioni di ambientalisti («Che spreco!») e di consumatori («Che bollette!»). Il braccio di ferro diventa reale: da una parte la Casa Bianca che aumenta il flusso, dall’altra il mondo liberal che si arrocca sul valore sociale dello sgocciolamento. Manopole sotto stress: i repubblicani le aprono, i democratici le chiudono.

La decrescita felice passa anche dalla toilette. «Cambi la sua doccia», consigliano i giudici della Corte Suprema, pronti a bloccare la riforma. È tutta democrazia, anzi è la degenerazione fluviale della democrazia, ormai alla deriva per stupidità di chi ne interpreta le regole basilari.

In attesa del parere di Mark Spitz (se contro Trump lo pubblica in prima pagina il “New York Times”, se a favore lo manda in onda il circuito Fox), sta sfuggendo a tutti – anche a noi, sempre lì sotto il doccino per la seconda passata – l’ultima uscita di Donald Trump e della sua diplomazia internazionale: il trattato di pace fra Israele ed Emirati Arabi.

È qualcosa di epocale, che risolve un conflitto di mezzo secolo e apre imprevisti spiragli nella regione più calda del mondo. Se l’avesse sponsorizzato Barack Obama, oggi sarebbe oggetto di candidatura senza rivali per il secondo premio Nobel per la Pace (il primo gliel’avevano dato sulla fiducia).

Così il presidente americano, occupandosi di idraulica in Ohio, oscura un successo vero, di quelli che cambiano la Storia. E perde un’altra occasione per mandare a farsi un bagno i numerosi detrattori. Se gli serve un addetto stampa per gli ultimi tre mesi, io sto qui, disposto anche a rinvigorire il pessimo inglese. E col capello pulito come quello di Luca di Montezemolo. Che non per niente, statista qual era, aveva il soprannome di Libera e Bella.

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