CLERICI, NOVANT’ANNI DI GESTI BIANCHI

di GIORGIO GANDOLA – «Chiariamo subito, non ho mai lavorato neanche un giorno. Ero allergico alle polveri sottili della tipografia». Gianni Clerici compie 90 anni e non smette di dire la verità. Signore del tennis e gran comasco di lago (lo guardava dal quartiere Sant’Agostino da bambino, lo scruta col binocolo da Brunate ora che è profeta), affronta il traguardo con la leggerezza di una stop volley e il fastidio della nobile età.

Se non deve scrivere un libro (produzione, circa uno ogni due anni) lo incontri qualche volta all’hotel Tre Re, il più antico di Como, e qualche altra a Pescallo, un borgo dietro Bellagio che somiglia a Portofino in miniatura. Passeggia lì magro e profetico fra le anatre e le brume, accompagnandosi per vezzo con le racchette da trekking, perché il passo è ancora quello del reduce garibaldino. Se invece ha in testa un’idea e la voglia di svilupparla scompare, va a rintanarsi in Canton Ticino dove il mondo fa più silenzio. «A Roveredo, che loro chiamano Rorè, 2000 abitanti, parlano tutti in dialetto senza la vergogna che contraddistingue gli italiani. Eppure il dialetto è un valore primario, mia nonna parlava francese e dialetto. I dialoghi del mio libro “Diario di un parroco del lago” sono in dialetto. Lo faceva anche Camilleri».

Novant’anni di gesti bianchi vissuti, scritti, raccontati in Tv mentre Rino Tommasi teneva il conto degli aces. Quasi un secolo attraversato da un uomo gentile e colto, gran maestro della parola scritta, che ogni festa di Natale al circolo di Villa Olmo si alzava in piedi e raccontava, presentandola come inedita, la storia che tutti sapevano a memoria ma non osavano dirlo: quella del viaggio in Cinquecento fino a Wimbledon con l’arrivo di domenica, lo stupore che tutto fosse chiuso e il conseguente respingimento (oggi si dice così) da parte dell’altero custode. Che ovviamente, ogni Natale, nella narrazione cambiava fisionomia.

Clerici è un’icona ma non gli piacerebbe saperlo. Ironico e misurato, lui semplicemente si sente un «giornatore» e se hai il tempo per un caffè lungo te lo spiega. «L’ho detto anche alla mia dentista che mi chiedeva cosa faccio nella vita. Il giornatore, giornalista-scrittore. E questo mi dà il diritto di spiegare ciò che ho vissuto, soprattutto girato l’angolo dell’età molto ma molto adulta. Il problema è che voi avete l’iPad e io ho l’ipot, l’ipotalamo pigro, me lo ha detto il medico, quindi i ricordi non fluiscono facili. Ero una persona colta, adesso faccio figure».

Ha scritto saggi, romanzi, commedie, una bibbia come 500 anni di tennis tradotta in tutto il mondo. Ha inventato la doppia conduzione televisiva raccontando il tennis e i suoi segreti come nessun altro. Si considera uno scriba, è un pozzo di conoscenza e l’anno scorso è riuscito perfino a mettere insieme un delizioso volume sul Tennis nell’arte. Da Tiepolo a Goya a Hopper. A chi gli ribatte che oggi il problema dei libri è venderli, lui risponde alla Clerici: «La mia media è 10.000 copie, oggi per vendere devi fare passerella in Tv da Fabio Fazio. Ho chiamato Massimo Gramellini, un ragazzo che avevo lanciato al Giorno, e gliel’ho proposto. Ma sai, fra Naomi Campbell e Matteo Renzi, mi devo mettere in coda». Notare il parallelismo librario, più letale di un passante di rovescio di Bjorn Borg.

Le parole e il lago, un connubio perfetto, onde scritte imparate nelle serate a Lezzeno, il paese lungo sette chilometri come una infinita biscia di lago spiaggiata. Lì in mezzo c’è il Crotto del Misto, luogo di pantagrueliche libagioni, sede del Club del Giovedì. Grandi forchette, vulcani del pensiero popolare perché a tavola con il Clerici c’erano Gianni Brera, Giovanni Arpino, Mario Soldati, Giorgio Bassani. «Non potevo esimermi dall’imparare a scrivere. Ma il più speciale era l’oste, il Bondi, che Brera definì l’italiano più intelligente privo di licenza elementare. Poi arrivò anche l’Ottavio Missoni che trasferì il club a Milano, al Boeucc. Tutto più mondano». Smorfia. Come quella che avrà il lettore perché non abbiamo ancora parlato di tennis.

Si rimedia, il neonovantenne non è privo di certezze. Federer? «Un fenomeno, riassume il sé l’essenza di questo sport. Se rischiamo la noia non è certo per colpa sua ma delle racchette, strumenti spaziali che fanno uscire dal campo la variabile più affascinante della vita umana, l’errore». Rimpiange la follia di McEnroe? «No, lui era uno sbruffone. Quando dissi a sua madre che quel ragazzo meritava quattro sberle da piccolo mi rispose che faceva paura già allora». L’italiano più forte di sempre? «Pietrangeli. Due Roland Garros, grande personalità. E poi è l’unico che ho battuto».

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