CIN-CIN “CAMPIONE DEL MEZZO LITRO”

di GIORGIO GANDOLA – Un giorno a San Siro fece un tunnel a Rivera, poi si scusò. «Lui è un artista, non dovevo permettermelo». Come dire che a gente muscolare tipo Chiellini, Gagliardini o Kessié ne avrebbe fatti volentieri una serie a colori.

È l’eterna diatriba fra chi suona il pianoforte e chi lo sposta; non c’era niente di più noioso della vita da mediano, per Ezio Vendrame. È morto a 72 anni per colpa di un tumore che lo marcava stretto. Era ciò che si definiva: «Uno che ama giocare a pallone ma che detesta fare il calciatore». Un irregolare friulano dello stadio e poi della vita, un geniale outsider di quelli che andavano di moda allora: capello heavy metal, dribbling da George Best, sigaretta libera, nessuna possibilità di inquadramento tattico, gol quando ne aveva voglia.

Giocò negli anni 70 nel Vicenza rigorosamente Lanerossi (con il palo piantato in mezzo alla tribuna dello stadio Menti), nel Padova, tre partite nel Napoli di Vinicio. Da lui fortemente voluto e da lui fortemente osteggiato quando comprese che Vendrame era un uomo solo al comando.

Se la tua autobiografia si intitola «Se mi mandi in tribuna, godo» è tutto chiaro, inutile fare melina con le parole. Gli piaceva il pallone, gli piaceva scrivere, gli piacevano eccome le belle donne, gli piaceva prendersi in giro. «Gioco solo un tempo, a scelta primo o secondo, mi basta. Sono un campione del mezzo litro».

Chi lo amava arrivava a paragonarlo a Mario Kempes, i pochissimi che lo detestavano lo bollavano come un lazzarone da osteria o, per dirla con Nereo Rocco, «semplicemente un matto».

Quel matto di Vendrame era idolatrato dai tifosi per il suo talento unico. In un Padova-Cremonese che dormicchiava sullo 0-0 decise di dare la scossa: dribblò la sua squadra dall’attacco alla difesa con gli avversari pietrificati, si presentò davanti al suo portiere, gli fece una finta e inchiodò la palla sulla linea di porta. E tornò indietro ridendo. Potete immaginare un tipo simile con Conte o Sarri in panchina.

Un giorno a Udine, fischiato dai tifosi friulani dal primo minuto, segnò due gol per il Padova, il secondo direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. Tra l’altro con un’interazione social: dal campo fece segno al pubblico che avrebbe fatto gol proprio da lì. Roba da Alì.

Vendrame amava la chitarra, la poesia. Si capiva da come danzava in campo, da come accarezzava il pallone. Poesie. Le componeva e le raccolse in un piccolo volume dal titolo profetico, di questi tempi: «Senza alcun anticorpo».

Il suo cantautore preferito era Piero Ciampi, che divenne suo amico dopo una celebrazione pubblica unica: Ezio lo intravide sugli spalti dell’Appiani di Padova e fermò la partita per andare a salutarlo.

Alla fine della carriera tornò a casa, a Casarsa della Delizia, nel suo Friuli, a scrivere e a insegnare ai ragazzini a palleggiare e a sognare.

«Quando incontro un amico che mi chiede dove può andare a comprare un mio libro gli dico: in macelleria. Chissà perché le librerie spaventano».

Un colpo di tacco, un sorriso accennato, i riverberi del Tagliamento. Su @ltroPensiero si sarebbe sfogato.

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