CIBO ITALIANO, ANATOMIA DI UNA CATASTROFE ANNUNCIATA

Ne avremmo fatto volentieri a meno, ma pandemia e guerra ci hanno impartito una grande lezione: non ci possiamo più permettere di delegare a terzi la produzione di beni primari come il cibo.

La cara vecchia Europa della delocalizzazione e della globalizzazione è finita in riserva. Anzi, s’è schiantata.

Per anni abbiamo affidato le forniture di qualsiasi prodotto a Paesi terzi, quasi che fossero nostri dipendenti.

Abbiamo commissionato tutto: magliette, microchip, concimi, imballaggi, scarpe da ginnastica, mangimi, gas e chi più ne ha più ne metta.

Ma la cosa più grave è la delega in bianco che abbiamo sottoscritto per l’approvvigionamento dei prodotti alimentari.

Frumento duro e tenero, mais, orzo, semi di girasole: ogni giorno scopriamo di essere dipendenti da qualche Stato per la fornitura di materie prime agricole.

Il risveglio da questa situazione rischia di essere più traumatico e repentino di quello dal peggiore incubo.

Rischiamo di pagare a carissimo prezzo scelte politiche scellerate, soprattutto in tema di sovranità alimentare.

Per decenni gli agricoltori sono stati, neanche tanto cortesemente, accompagnati alla porta delle loro aziende.

Sono addirittura stati pagati per non produrre (leggi “set aside”), quasi che il cibo dovesse piovere dal cielo.

Nel frattempo molte nazioni, per noi sottosviluppate, hanno stretto accordi per produrre materie prime per i nostri trasformatori. Solo che le nostre manifatture vengono pian piano acquistate da questi ‘’sottosviluppati’’.

Il 28 dicembre su questa testata è stato pubblicato un articolo (https://www.altropensiero.net/aiuto-la-cina-vorace-sta-comprandosi-tutto-il-cibo-del-mondo/) che riportava dati delle agenzie doganali cinesi, secondo i quali nel paese orientale erano ammassate più del 50% delle riserve mondiali di cereali.

Con la solita tempestività, la notizia ha fatto breccia negli uffici studi del Ministero solo venerdì scorso. Il vice ministro Centinaio si è affrettato (?) a convocare un tavolo tecnico per parlare di grano; del ministro Patuanelli non si segnalano sortite, se non quella di ribadire la centralità della produzione di energie rinnovabili in campo agricolo.

Dimenticavamo: la maggiore preoccupazione dell’ing. Patuanelli, Ministro dell’Agricoltura, è quella di verificare quale sia la soluzione più indolore per tappezzare di pannelli fotovoltaici le campagne italiane. D’altronde da un ingegnere cosa ci si potrebbe aspettare? Sicuramente non che parli di grani duri o teneri…

Nel frattempo le ultime notizie parlano di allevatori costretti a dimezzare le razioni per ovviare alle carenze di mangimi (venduto a prezzi folli), di pastifici che stanno cominciando a programmare le chiusure dei loro stabilimenti per mancanza di materia prima (grano), di agricoltori costretti a rinunciare alle semine per i prezzi esorbitanti di concimi e carburanti, e di pescatori costretti a tenere ferme le imbarcazioni per i prezzi stratosferici del gasolio.

Ma molte altre categorie ovviamente sfuggono a questo elenco.

Abbiamo imparato la lezione o abbiamo bisogno di qualche assalto ai forni di manzoniana memoria?

Basterebbe che si ri-cominciasse a considerare l’agricoltura il settore primario e a riconoscere la funzione sociale del contadino.

Anche perché i pannelli fotovoltaici non ci risultano essere adatti alla produzione di farine e semole. Men che meno ad essere mangiati, dopo una scaldatina nel forno a microonde.

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