CI SONO LE BERLINGUER E LE D’URSO, POI CI SONO LE BILLO’

Quando nacquero le dive e i divi in bianco e nero, i primi partoriti dal teatro, dalla canzone e dal cinema muto, si distinguevano dai “semplici famosi” perché al talento mescolavano modi eccentrici, capaci di catturare l’attenzione dei media e quindi del pubblico. Ai semplici famosi che si comportavano in maniera normale, normalissima nel loro lavoro e nella vita privata, fu quindi affibbiata l’etichetta di “antidiva” o “antidivo”.

La divinità popolare intesa in questo senso, attecchì nel tempo anche su figure di giornaliste e giornalisti, più o meno con gli stessi parametri delle star da palcoscenico. In queste settimane le cronache sono ricche di affollati viavai consumati tra improperi e porte sbattute, alla RAI come a Mediaset, dove qualche figura assurge al rango di divo o di diva in base soprattutto alle modalità dell’addio.

Per fare un esempio, il confronto attuale tra Bianca Berlinguer e Anna Billò rende bene l’idea: il congedo dalla RAI della prima – strombazzato ai quattro venti – diventa tema di discussioni estive interminabili, il sommesso saluto dell’altra dopo 19 anni di Sky passa da un paio di affettuosi post sul suo profilo Instagram e da una lunga, bella, normalissima intervista sul “Corriere”.

Bianca e Anna si occupavano di temi e argomenti assai diversi (così come del resto i bacini di utenza…), entrando nelle nostre case comunque dall’ingresso principale.

La Billò, che non ha ancora deciso cosa farà in futuro, ha lavorato al fianco di giornalisti ed ex giocatori, opinionisti e allenatori, partendo dal bordocampo per arrivare in studio in una escalation silenziosa, prendendo infine il posto (nelle notti di Champions) niente meno che di Ilaria D’Amico. Anna Billò ha sempre indossato ballerine bianche, così che le viene più facile danzare in punta, una naturale eleganza dipinta nelle espressioni, negli occhi blu, e la grazia con cui ha potuto volteggiare tra bar e templi del nulla quali sono sovente le chiacchiere sul calcio. Una sua piccola fortuna, casomai, è stata avere intorno gente preparata e credibile, gestita come una soffice direttrice d’orchestra.

Nel maschilissimo mondo del calcio e dello sport, grazie al cielo, donne e uomini si alternano nel giornalismo ormai da tempo, disinvoltamente, e la femminilità ha contribuito non poco a contrastare odori e ruggiti, mischiati talvolta alla volgarità, di quelle gabbie che facevano (e fanno) scadere il prodotto a un circo poco edificante.

Ho avuto la fortuna di lavorare per 40 anni a fianco di colleghe strepitose per talento e immagine, ma per onestà intellettuale, per obiettività – perché non è che mi sia innamorato di tutte loro… – vi devo una chiosa con spolveratina di gossip.

Appena approdata a Sky, conobbi l’antidiva Anna a una cena d’estate con altri colleghi: ne rimasi folgorato. Provai un timidissimo, discreto corteggiamento, pensando che se la Jamaica aveva partecipato ai Giochi olimpici invernali…

Ma gli atleti caraibici sulla neve avevano evidentemente più fascino di me, anche con 20 anni e 20 chili di meno, 20 capelli in più. Davanti all’uva, la volpe rinunciò alla svelta (recitando la litania “Mai sul lavoro”). Con grandissimo rimpianto, perché ancora oggi mi chiedo cos’abbia trovato Anna, in Leonardo, che io non ho…

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