CI MANCAVA SOLO LA MEDIAZIONE FRANCESCANA DEL BOIA CECENO

In Italia c’è Povia (chi?) a invocare la detronizzazione (avete letto bene) di Zelensky in diretta tv, con Massimo Giletti che abbozza: “Questo è sicuramente un tema da affrontare”. Sicché tra l’ex comico Zelensky, Povia e Giletti si fa fatica a trovare chi se la cavi meglio in materia (comica).

Il fatto è che c’è davvero poco, niente da ridere in questa epoca sventrata, su questa terra piatta davvero perché asfaltata di uomini veri, valori, del comune senso del pudore catramato sotto le suole di chiunque.

Dunque non si sentiva davvero la mancanza del barbaro Ramzan Kadyrov che, con la sua espressione da sniper (cecchino) freddo e spietato, tuona dalla Cecenia di cui è tristemente leader: “Sono dalle parti di Kiev, se non vi arrendete vi finiremo”, in un video su Telegram – l’app dei sotto copertura – in cui sembra ordire piani di guerra. Mentre Gerashchenko, ministro degli esteri ucraino, conferma che il minaccioso ceceno si trova in effetti in un seminterrato dalle parti della capitale.

Guido Olimpio spiega bene sul “Corriere della sera”: “La presenza dei ceceni e il presunto arrivo di mercenari arabi in Ucraina risponde allo schema siriano: Mosca ha bisogno di elementi che svolgano il ruolo di «guardiani». Quando Putin ha mandato il contingente in soccorso di Assad ha coinvolto in seguito le unità messe a disposizione dal dittatore Kadyrov. Infatti hanno svolto la funzione di polizia militare, pattugliando villaggi e città nel paese arabo. Un ruolo legato a passate esperienze, una missione enfatizzata dall’alone di ferocia che accompagna i miliziani. Sono una versione caucasica della compagnia di sicurezza Wagner, mobilitata in Siria, in Libia e nel teatro africano. Al tempo stesso i quasi 10 mila elementi aumentano le forze impiegabili da parte dello Stato Maggiore: tutti gli esperti sottolineano come il pur massiccio concentramento messo in campo da Putin all’inizio dell’offensiva non sia sufficiente. Esiste poi la possibilità che i ceceni si trasformino in «compagnie di disciplina», pronti a rimettere nei ranghi elementi fragili e disertori. È una semplice ipotesi, come tante. Magari enfatizzata dagli episodi dove i militari hanno abbandonato i loro mezzi senza sparare un colpo. Oppure gonfiata dalla propaganda di guerra che ha coinvolto anche gli uomini di Kadyrov: si è scritto che i suoi ufficiali, alla vigilia, avrebbero espresso dubbi sulle motivazioni di alcuni reparti, poco propensi a tirare sul nemico. La stessa considerazione riservata alla truppa bielorussa di Lukashenko. Siamo sempre nel valzer del vero e del falso”.

Una delle grandi sconfitte di questi giorni di fuoco appare inesorabilmente la comunicazione: le porte social sono aperte a unni come Kadyrov e quelle della televisione a filosofi del nulla come Povia.

La propaganda imperversa da Oriente a Occidente, mistificando, manipolando, rivoltando la verità, seconda altra grande sconfitta: tutti, se ci pensate bene, alimentano la politica del terrore. La minaccia nucleare, la no-fly zone, i mercenari, i truculenti Kadyrov sparsi un po’ ovunque, la Cina sorniona e minacciosa, gli strali di Biden, mentre quelle che danno il loro seguito di sangue al momento sono solo le cannonate di Putin.

Kadyrov e Povia ci azzeccano, sul cammino del terrore, accomunati dall’essere in mano all’informazione drogata sparsa ad ogni latitudine, per farci temere i folli criminali che paiono usciti da un letargo preistorico drammaticamente attuale. Tanto da dover rabbrividire davanti a un menestrello prima no-vax poi pro-Putin come Povia: vinse Sanremo nel 2006 con “Vorrei avere il becco”, che pare tutt’ora essere l’unica cosa a mancargli rispetto all’ornitologia dei suoi pensieri.

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