CI AFFEZIONIAMO ANCHE ALLA SOFFERENZA

di MICAELA UCCHIELLI (psicologa e psicoterapeuta) – Dice Ippocrate: “Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare”.

Siamo disposti a rinunciare ai nostri sintomi? Al confort paradossale che essi offrono sotto la coperta comoda del lamento? Rinunciare a quello che Freud chiamava il tornaconto?

Le persone sono molto “affezionate” ai loro sintomi; se ne lagnano ma poi quello che osserviamo è che lasciarli andare è una delle cose più difficili.

Perché? Per due ragioni: il sintomo offre in molti casi una identificazione, sono anoressica, sono depresso, soffro di attacchi di panico.

Esso comporta inoltre una quota di dispiacere irrinunciabile, Lacan lo chiamava godimento, che non va confuso col piacere. Il godimento è un eccesso, un concetto al limite fra piacere e dispiacere, una tensione irrinunciabile.

Insomma dei propri sintomi si soffre ma anche si gode. In un modo del tutto apparentemente incomprensibile perché non risponde a nessuna logica se non a quella enigmatica dell’inconscio.

Il soggetto non si tiene stretti i suoi sintomi nonostante lo facciano soffrire dunque, ma proprio per quello: le persone non vogliono il loro proprio bene, scoprì scandalosamente Freud, e lo chiamò al di là del principio di piacere, al di là della serenità. Lì tendiamo come soggetti e vorremo starci possibilmente da soli, godere in santa pace oppure guarire senza l’altro.

A fare da ostacolo alla domanda di cura non è infatti solo la difficoltà di cedere un po’ della sofferenza irrinunciabile del sintomo; spesso ha a che fare con l’idea di un fallimento immaginario che rimanda alla nostra impotenza.

Inoltre c’è il problema dello sconosciuto a cui raccontare le proprie più intime questioni e infine tutti quegli anni, dicono. Molto difficile.

Il sintomo è pertanto un messaggio da decifrare, molto più che un’erbaccia da estirpare.

In una analisi, se si troverà il coraggio di domandarla, si incontrerà qualcuno che non ci dirà dunque come liberarci in fretta di quell’erba che rovina il nostro bel prato, qualcuno che si asterrà dal dare suggerimenti, che si metterà piuttosto in una posizione di ascolto di quel che non funziona e della sofferenza del soggetto, sospendendo ogni giudizio.

La parola sarà lo strumento di cui ci si servirà, per far emergere la verità del desiderio inconscio che il sintomo copre e svela al tempo stesso.

Talvolta si incontrerà il silenzio dell’analista, il quale si asterrà dal confortare empaticamente, dall’offrire soluzioni brevi e standard. Si sarà allora tentati di pensare che se ne stia sprofondato nella sua poltrona senza fare nulla, che non ci aiuti, che non risponda, là dove noi lo convochiamo a dirci di chi siamo.

Alcuni se ne andranno, tenendosi stretti i loro sintomi che, nella loro familiarità, tutto sommato, sono in fondo più rassicuranti.

Quel che non si sa è che se l’analista non risponde è perché tace l’amore, diceva Lacan e poche cose sono più difficili.

Tacere l’amore significa infatti non volere il bene che noi immaginiamo per quel soggetto ma acconsentire a fargli trovare il suo. Non siamo lì perché faccia il bravo paziente, perché ci accontenti; presumibilmente, nella sua vita, non ha fatto che accontentare qualcun altro.

Siamo lì perché abbia un’opportunità, quella di ripartire, perché la causa non sia persa proprio a partire dal fatto che quel soggetto si è perso. Siamo lì per mostrargli che nei suoi lamenti egli è implicato, che c’è una responsabilità che lo riguarda e infine che, se sarà disposto a rinunciare alla tirannia del sintomo, potrà tornare padrone del suo destino.

2 pensieri su “CI AFFEZIONIAMO ANCHE ALLA SOFFERENZA

  1. Dongiovanni Cristina dice:

    E’ molto bello il processo, e ambiziosissimo. Così ambizioso che se pure ha successo su pochissimi, è un risultato incredibile.
    E’ così complicato per troppi comprendere il percorso, capire che non si va dallo psicologo a comprare una soluzione, ma si va per comprendere perché sia ha bisogno dello psicologo. Perché non si esce da una situazione, perché si è al palo da decenni, perché niente e nessuno può tirarci fuori dalla sofferenza. Il nostro sintomo è la manifestazione forse di una punizione da cui non vogliamo/possiamo fuggire? Un’imposizione della nostra coscienza ferita o del nostro solito senso di colpa (che è cosa ben diversa) che in nessun modo può essere annientato?
    O forse una volontà di potenza che nella sofferenza ottiene almeno una conferma d’ esistenza? Una sorta di affermazione dell’io attraverso un urlo di dolore che non può cessare?
    Esistono delle cause e dei fattori concorrenti così profondi, così occulti, così negati che qualsiasi sforzo viene vanificato. Perché è uno sforzo sempre parziale, mai genuino, sincero.
    Viene da una volontà fragile, debole, timida. E allora i lunghi silenzi che cercano di dare spazio, cercano di far soffermare chi soffre sui propri vuoti e su tutti i paesaggi dipinti da condizioni ed eventi, spesso e purtroppo non servono a nulla. E neppure gli interventi portano ad un risultato.
    A nulla possono servire i goffi tentativi di chi esperto non è, di chi cerca di costruire una coscienza del sé continuando a spiegare, a far parlare, a semplificare, continuando a confortare con le comparazioni, gli esempi, gli atteggiamenti. Ci sono muri che non crollano in nessun modo, muri in cui sono cementati i sintomi di malesseri che prima di arrivare agli organi e portare il dolore, scorrono nel sangue ed imbevono l’essere di uno sfinimento mortale, un’inconsistenza personale terribile.
    E’ un argomento vecchio e démodé questo, che ci vogliamo fare? In fondo sono scelte. No, non sono scelte, ascoltare l’inconscio non è una scelta, è una disgrazia che capita a troppi. Non mediare con l’inconscio e farlo irrompere nella propria esistenza è un’incapacità che può spezzare la vita.
    Potremmo fare di più, come in tante altre cose, ma abbiamo dei limiti, non possiamo tappare le falle esistenziali che assillano l’umanità, si sa. Da ex volontaria, posso dire che dovremmo almeno curare meglio l’infanzia, i bambini. Partire dai loro fogli, ancora bianchi, per accompagnare con estrema cura la loro formazione e la loro visione della vita in modo che la percepiscano come un’opportunità e non come una costrizione, un obbligo di esistere.

  2. Dongiovanni Cristina dice:

    Se l’analisi riesce veramente a superare la cecità, se riesce con i suoi spazi a costruire un percorso di svolta, ha fatto un lavoro complesso e immenso. Per questo la professione degli psicologi e degli psicanalisti è straordinaria.
    Ma spesso chi chiede aiuto, e anche chi non può chiederlo, immagina un distributore automatico di soluzioni. Immagina che l’altro possa mettere ordine nella sua esistenza senza capire che la chiave di quella stanza, di quella camera percettiva del mondo e della propria realtà, è custodita in un luogo nascosto e accessibile solo a se stesso.
    La mia riflessione parte da una posizione scomoda, poco positiva purtroppo, che è sostanzialmente quella della gravità, della radicalità del malessere. Da ex volontaria, ho ascoltato racconti di vite completamene sciolte dal dolore di sopravvivere,. Dalla fatica di resistere, di esserci e di dover percorrere l’esistenza giorno dopo giorno, come un doloroso cammino senza meta. Vite non necessariamente disgregate da condizioni o eventi particolarmente forti, traumatici, ma senza possibilità di uscire dalla realtà sofferenza che le spezza. Una sofferenza paradossalmente cercata appunto, necessaria al punto da divenire l’unico abito indossabile. Uno stato fisico e mentale che serve ad una coscienza spesso corrotta da falsi principi, da ideali calpestati magari dalla stessa personale incapacità di incarnarli. Una gabbia fatta anche di sovrastrutture che appesantiscono l’essere con il loro carico di inutilità purtroppo.
    Un patimento costruito dai sensi di colpa che derivano da complicate commistioni di affettività controverse, che mescolano il bene e il male in una micidiale realtà inconscia che non riesce ad essere risolta, o almeno mediata.
    Un sintomo che purtroppo, nella povertà esistenziale, è allo stesso tempo affermazione, grido che si alza sulla folla estranea, incompresa: sono perché soffro, e soffrendo sono molto più degli altri.

    E allora gli spazi lasciati da chi con competenza tenta di favorire la consapevolezza, da chi tenta di liberare chi soffre dalla schiavitù della propria fragilità, possono rimanere vuoti. E del tutto vani i tentativi goffi di chi esperto non è, e che spesso agisce un approccio troppo empatico, troppo narrativo, consolante, che tende a sottrarre appunto la responsabilità personale, unico nodo di svolta.
    Mi chiedo spesso quale percorso stia facendo il nostro mondo nella cura delle sensibilità umane, quale sia la presa di coscienza che possiamo aspettarci dalla società oggi. Mi pare che le attenzioni siano ancor più limitate rispetto ad un decennio fa, e relegate ad ambiti troppo specifici, paralleli e soprattutto privati.
    Il cammino di un essere umano nell’equilibrio utile ad una vita partecipata e serena potrebbe essere curato meglio soprattutto negli ambiti più compromessi. E invece no, invece dove l’intervento sarebbe così opportuno, così urgente, così decisivo, vengono messi in campo incompetenze, accenni, e spesso purtroppo inaccettabili apparenze.
    Se non ce la possiamo fare, se le esigenze più incombenti sono altre, cerchiamo almeno di intervenire sui bambini, sui ragazzi. Cerchiamo di formare individui consapevoli già dalla tenera età, gente che sappia guardare nella propria interiorità senza spaventarsi, senza scappare.

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