CHI PUO’ DIRE DI CONOSCERE LA FELICITA’

di MICAELA UCCHIELLI  (psicologa e psicoterapeuta) – La felicità, diceva il grande Totò, è fatta di attimi di dimenticanza, la felicità, gli faceva eco Freud, non è che ordinaria infelicità, come quella di Zeno, l’uomo comune raccontato magistralmente da Italo Svevo, che di Freud era grande lettore.

Zeno cerca disperatamente la felicità e intraprende un percorso analitico che lo cura da quel senso di insoddisfazione e inadeguatezza facendolo, tuttavia, approdare alla coscienza dell’impossibile guarigione dalla vita, in quanto dolore di esistere. Coscienza dunque di una certa, ineliminabile, infelicità.

Dai poeti agli scrittori, dai filosofi agli psicoanalisti, passando per la musica e il cinema, non si fa che parlare di felicità.

Per Aristotele l’uomo vi aspira e la raggiunge attraverso la virtù, per Pascoli essa risiede nelle piccole cose, mentre al contrario, per D’Annunzio essa coincide con la ricerca del piacere, con una vita d’eccezione, singolare, intrisa di passione, quel buttarsi a capofitto nella propria esistenza, facendone un’opera d’arte.

Cos’è dunque questa felicità? La si può dire in modo univoco? O a ciascuno andrebbe domandato, piuttosto, il suo senso singolare?

Non sono felice. Quante volte ho ascoltato queste tre parole fra le pareti del mio studio. Potenti, come solo le verità di cui ci manca il senso, sanno essere.

Non sarà per caso sopravvalutata questa felicità, in quell’ottimismo talvolta eccessivo che spinge l’uomo alla sua ricerca, come nell’omonimo film di Muccino?

Non è, in fondo, una domanda immaginaria? La nostra e quella che proviene dagli altri? Come se si dovesse essere tutti felici. Certamente, c’è qualcosa di insopportabile nella sua mancanza.

Le pubblicità ci propongono infatti modelli di famiglie gioiose in cui le madri sono sempre sorridenti, contente di pulire la casa, fare lavatrici, preparare la tavola. L’universo social è apparentemente e perennemente gaio in una specie di mostrazione insistente della felicità, quella ideale e soprattutto altrui, che fotografa coppie innamorate, ristoranti sul mare, abiti e accessori di lussuosi brand, località turistiche, splendide case, divertimento e feste. I social sono decisamente con D’annunzio.

La psicoanalisi, dal canto suo, strizza invece l’occhio a Svevo e Pascoli. O loro a lei.

Ci si potrebbe domandare allora se la felicità coincida più con lo slancio vitale del desiderio o con la quiete dell’accontentarsi. Se sia una spinta in avanti verso il nuovo o un movimento circolare e costante attorno allo stesso.

Pare che il segreto alberghi nel desiderare quello che si ha, essendone soddisfatti, trovando nello stesso un elemento sempre diverso, mai identico, perché ad essere nuovo, ogni volta, è lo sguardo che vi si posa.

Non credo nella ricerca spasmodica della felicità, ma credo nell’incontro che arriva, sempre, quando si sospende la rincorsa.

Me la immagino allora come una pulsazione che si apre per richiudersi, come l’inconscio. Me la immagino come un attimo, di dimenticanza. Ma anche di ricordo. Me la immagino fra le righe, di un discorso e della vita.

Un pensiero su “CHI PUO’ DIRE DI CONOSCERE LA FELICITA’

  1. Dongiovanni Cristina dice:

    La felicità esiste nella consapevolezza del nostro essere, nel sapere come siamo e cosa ci può bastare. Esiste anche se non abbiamo tutto quello che desideriamo. E’ dare importanza a poche cose che troviamo immense, lasciando passare tutte le altre come passano i tram troppo affollati, non prendendole.
    La felicità è ammettere che non siamo eroi, sentendoci eroi proprio per questo. Per essere in grado di accettare una dimensione umana normale e imperfetta, continuando a cercare la dimensione morale con cui possiamo sentirci parte di un sistema senza venirne inghiottiti. Insomma amarsi e amare il mondo. Una felicità verissima.

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