C’E’ QUALCUNO CHE VUOLE FARE IL SINDACO?

di GIORGIO GANDOLA – Isole nella corrente. Nella stagione dell’assenza della politica le grandi città italiane bordeggiano verso le elezioni di ottobre come zattere. Ciascuna con un profilo diverso ma tutte con una piccola maledizione incombente, un classico nel gioco delle carte: il “ciapa-no”. Ormai il sindaco è il ruolo più ingrato di tutti: impegno h24, stipendio da fame, interessi privati da accantonare, giornalisti in camera da letto, certezza d’essere raggiunti da avvisi di garanzia vaganti come missili lanciati dalla brughiera.

Meglio ritirarsi a vita privata a meno che tu non sia Beppe Sala, il Vanity sindaco del Municipio 1 di Milano seduto sulla poltrona Frau, con le calze arcobaleno e la benedizione di Greta Thurnberg, titolare green della città più cementificata e inquinata d’Italia. In 5 anni non ha mai visto il Lorenteggio o il Giambellino, per arrivarci deve mettere il navigatore sul monopattino. Ma il marketing social dice altro, quindi lui fa campagna elettorale da quasi un anno dipingendo una realtà virtuale con piste ciclabili che finiscono nel nulla mentre la fila davanti alla Caritas arriva fin dietro la curva. Tre mesi fa Sala ha lasciato di stucco il centrosinistra, sua area di riferimento, annunciando d’essersi iscritto al partito dei Verdi europei (che in Italia non esiste), di fatto prendendo le distanze dai dem della sua giunta e mettendo le basi per un secondo mandato da one man show.

Al grido “fuori i partiti dalle città”, sempre lui ha bocciato l’alleanza con il Movimento 5Stelle (saggia decisione, al Nord i grillini sono autentici sfollagente davanti ai seggi, nel senso che fanno scappare gli elettori a gambe levate) e si appresta a correre sorretto da tutti ma senza rendere conto a nessuno. Tranne forse che ai palazzinari e ai centri sociali, bacino di voti di Pierfrancesco Majorino.

Sulla stessa strada (anche se ovviamente non sullo stesso piano) s’è incamminato Gianluigi Paragone, giornalista abbagliato dalla politica in movimento a tal punto di saltare dalle simpatie leghiste ai 5Stelle per poi fondare Italexit, con sondaggi da prefisso telefonico. È convinto che Milano, la città più europeista d’Italia, possa essere un banco di prova per saggiare la consistenza della sua minuscola zattera.

Candidati senza partito ma anche partiti senza candidato. È ciò che sta accadendo al centrodestra dopo la rinuncia di Gabriele Albertini, che per un mese ha tenuto in scacco Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per poi defilarsi con la scusa del mattarello della moglie. L’ex sindaco, protagonista della stagione dei grattacieli, aveva in mano sondaggi interessanti (prima ancora di scendere in campo era alla pari con Sala), ma non sono bastati a convincerlo a ributtarsi nel magma pubblico in una metropoli da risollevare non solo a parole. Così Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno ancora il cerino in mano e sono alla disperata ricerca di un candidato della società civile in grado di opporsi a mister Vanity. Maurizio Lupi non convince Salvini, i manager Riccardo Ruggiero e Roberto Rasia dal Polo non scaldano i cuori. Si naviga a vista e il tempo passa.

Identica situazione a Roma, dove Giorgia Meloni ha bocciato Guido Bertolaso (quello che nel 2016 le aveva detto «meglio se fa la mamma») senza avere sottomano un’alternativa di peso e ha provocato una gastrite negli alleati. Anche qui si naviga a vista fra le contraddizioni: partiti senza candidato e candidati senza partito.

Come Carlo Calenda, centrista riflessivo e competente riuscito nell’impresa di rappresentare solo Azione (3%), un po’ per la sua travolgente simpatia da marchese del Grillo e molto per la solita guerra nucleare dentro il Pd. Un mese fa Enrico Letta bocciò l’ex ministro Roberto Gualtieri per offrire la candidatura a Nicola Zingaretti. Risultato che conferma l’autorevolezza del nuovo segretario: correrà Gualtieri. Con un piccolo problema accessorio. Poiché Giuseppe Conte non è riuscito a convincere Virginia Raggi a farsi da parte, al primo turno l’ex sindaca si schiererà contro l’alleato di centrosinistra. Già si avverte il rumore di ferraglia del frontale.

Il “ciapa-no” diventa omerico a Napoli dove praticamente non vuole candidarsi nessuno per raccogliere le macerie di Giggino De Magistris. Il motivo è elementare: c’è un buco di 5 miliardi, un record che fa invidia perfino all’Alitalia, e per atterrare serve il paracadute. Il centrodestra ha convinto un magistrato, Catello Maresca (mosca bianca, di solito si candidano con il Pd) mentre qui è il centrosinistra a non arrivare a sintesi. Roberto Fico, sponsorizzato da Letta e da Conte, sta troppo comodo sullo scranno di presidente della Camera per rischiare la salute. E l’ex ministro Gaetano Manfredi non se la sente di nuotare nel rosso. Gli è bastato dare un’occhiata al bilancio per capire che nessun patto Pd-5Stelle lo avrebbe preservato da una colata di lava. “Napoli è praticamente fallita”, ha detto. E ha salutato cordialmente gli amici allontanandosi senza voltarsi. È il simbolo della politica in fuga dalle città nell’Italia post-Covid, dove il vero scacco matto rischia di darlo chi perde.

 

 

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