CAMBIA LA MESSA, MA SI POTEVA FARE DI MEGLIO

di DON ALBERTO CARRARA – Mi scrive un amico prete: “Mi godo l’ultima settimana di ‘effusione’, poi arriva la ‘rugiada’”. È una battuta un po’ cripto, intelligentemente clericale, che fa riferimento al nuovo messale, che verrà ufficialmente adottato a partire da domenica 29 novembre, prima di Avvento. La battuta cita una delle “preghiera eucaristiche”, preghiere di consacrazione della messa, esattamente la numero due (sono una dozzina in tutto). Nel passaggio centrale del testo tuttora in uso il celebrante prega il Padre celeste e dice: “Santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito”. Nel nuovo testo si cambia: “Santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito”. Perché si passa dall’effusione alla rugiada? Per una questione di fedeltà: i testi originali della liturgia della chiesa di Roma sono in latino. Il testo latino fa testo. Ora il passaggio citato dal mio amico recita: Spiritus tui rore sanctífica”. “Ros” significa, appunto, “rugiada”. È un’immagine di derivazione biblica.

“Non abbandonarci alla tentazione”
Non è il passaggio più citato dai media anche perché non coinvolge l’assemblea dei fedeli. Ma è interessante perché le novità sono il più delle volte interpretazioni nuove del testo originale latino. Qualche volta si cambia per essere più fedeli al latino, qualche volta si prendono piccole libertà rispetto al testo latino per essere più vicini alla sensibilità dei destinatari. La rugiada che si sostituisce all’effusione è un esempio tipico del primo caso. La traduzione di diversi altri passaggi obbedisce al secondo criterio. Tipico il “confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli”, testo penitenziale di inizio della messa, che cambia così: “confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli e sorelle”. Il termine “sorelle” non c’è nel latino originale, ma la traduzione prende atto della sensibilità diffusa e si adegua.

Più complesso il caso del “Padre nostro”, la più importante preghiera cristiana, ampiamente usata anche al di fuori della messa. Il “Padre nostro” originale è in greco – lingua nella quale ci sono stati tramandati i testi evangelici – poi tradotto in latino per la liturgia. La formula usata nella messa si trova nel vangelo di Matteo, capitolo 6, versetti 9-13. Sia il greco sia la successiva traduzione latina dicono, alla lettera, “non indurci in tentazione”. Quindi la formula in uso è fedele al testo originale. Ma gli studiosi hanno ricostruito l’aramaico, la lingua parlata da Gesù, e la forma aramaica del verbo aveva, in tutta probabilità, un “senso permissivo” nel quale “indurre” voleva dire in realtà “lasciare entrare”. Dunque: “non lasciarci entrare nella tentazione” che diventa, nella nuova traduzione, “non abbandonarci alla tentazione”.

“Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”
Un caso in parte simile per il “gloria”, l’inno che si trova esso pure nella prima parte della messa e che inizia con le solenni parole: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Anche questa frase ha a che fare con il greco del vangelo e con il latino della successiva tradizione. Il passaggio, infatti, riprende una frase del vangelo di Luca. Appena Gesù è nato a Betlemme, Luca racconta che sulla grotta appaiono gli angeli che cantano: (traduzione letterale): “Gloria negli altissimi cieli a Dio e in terra pace agli uomini del suo beneplacito”. Cioè: pace agli uomini oggetto del beneplacito, della benevolenza, dell’amore di Dio: “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”, rende la nuova traduzione. Invece la traduzione latina e quella italiana in uso, per un eccesso di fedeltà alla lettera, avevano finito per sostituire alla “buona volontà” di Dio verso gli uomini, la buona volontà degli uomini verso Dio.

Molte novità sono di questo tipo. Dunque novità per lo più piccole, dei ceselli su un testo che resta in buona parte traduzione spesso fedele spesso leggermente infedele del testo originale latino.

La liturgia: cosa e come comunicare
Vorrei, da non addetto ai lavori, ma molto interessato ad essi, rimpiangere un elemento dei testi liturgici che resta anche nel nuovo messale. Vorrei citare due passaggi tratti sempre dalle “preghiere eucaristiche”, le preghiere di consacrazione della Messa. Dalla preghiera seconda: “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”.

Dalla preghiera eucaristica terza: “Veramente santo sei tu, o Padre, ed è giusto che ogni creatura ti lodi. Per mezzo del tuo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo, e continui a radunare intorno a te un popolo che, dall’oriente all’occidente,
offra al tuo nome il sacrificio perfetto”.

Sono due passaggi, due tra i tanti, che denunciano una caratteristica ricorrente dei testi liturgici: hanno molte cose da dire e, nella preoccupazione di dirle tutte, finiscono per farne passare poche. Chissà se una futura edizione del messale riuscirà a prendere il coraggio a due mani per darsi da fare a “spezzare” le frasi, per adeguarsi alla mentalità dei fedeli moderni, abituati a frasi brevi e a strutture di periodi semplici, con frasi coordinate e non subordinate, più comprensibili insomma.

Perché è ovvio: più passerà il tempo, e meno basterà limitarsi a passare dall’effusione alla rugiada.

Un pensiero su “CAMBIA LA MESSA, MA SI POTEVA FARE DI MEGLIO

  1. Gianfranco Calvaresi dice:

    Caro don Alberto, ritengo davvero poco incisivo questo articolo, che non coglie – secondo me – lo spirito delle modifiche, fatte e da fare al Messale. L’ ultima osservazione, sulle frasi lunghe e incomprensibili al popolo, mi sembra davvero sciocca e poco aderente alla verità. Se il popolo comprende ciò che diciamo nel Canone dipende soprattutto da come lo proclamiamo e celebriamo noi presbiteri. Avrei gradito maggior attenzione alle modifiche gravi del Padre nostro e delle Preghiere Eucaristiche (modifiche fatte, quelle inessenziali, e non fatte, davvero più rilevanti…). Grazie. Il Signore la benedica. E lo Spirito effonda su di lei la luce della Sapienza. Buona giornata.

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