CADERE DAL COVID AL LANGUISHING

di ALBERTO VITO (sociologo e psicologo) – Che cosa è il languishing? Con tale termine, coniato dallo psicologo statunitense Keyes nel 2002, si definisce uno stato di mancato benessere – contraddistinto da rassegnazione, apatia e indifferenza pur tuttavia senza rientrare nel campo della patologia psichica – che pare assai diffuso in questi mesi dominati dal covid.

In una ricerca da lui condotta su oltre 3000 persone, ne sono risultate colpite il 12% del campione. Secondo un altro psicologo americano, Grant, il languishing sarà l’emozione prevalente nei prossimi mesi.

Insomma, superata l’angoscia del covid, non per tutti sarà facile tornare a coltivare le proprie passioni ed i propri interessi.

E’ indubbio che i mesi della pandemia sono stati caratterizzati da un’esperienza collettiva di perdita: perdita di un familiare (non dobbiamo mai dimenticare il dato di 123.000 morti in Italia e che bisognerebbe offrire assistenza psicologica alle tantissime persone con un lutto), ma poi perdite economiche, perdita di abitudini sociali, rinunce ad occasioni di incontri culturali o di svago. A questo bisogna aggiungere l’ansia per la paura della malattia, con i rischi di contagio, le precauzioni, per alcuni mai troppe, finanche i dubbi persistenti sui vaccini. Per altri, come gli operatori in prima linea, mesi di tensione, superlavoro e contatto con la sofferenza.

E’ quindi comprensibile come, accanto ad una fetta consistente di popolazione magari più abituata a gestire gli stress o anche semplicemente più superficiale, che non vede l’ora di ripartire per lavorare o per divertirsi, vi sia una percentuale di persone che stenta a riprendersi. Non è esattamente depressa, ma appare poco vogliosa di fare, priva di spinte creative. Come se, quello perso, fosse il senso complessivo di ciò che si faceva.

Cosa consigliare? Per prima cosa, non stupirsi per i propri cambiamenti. Abbiamo vissuto una crisi epocale, siamo stati sottoposti a cambiamenti nelle nostre vite assolutamente inimmaginabili fino a pochi mesi fa: è assolutamente normale, dal punto di vista psicologico, che in una situazione straordinaria le nostre reazioni siano non ordinarie. Non sentiamoci ammalati se non siamo esattamente gli stessi.

Al contempo, non vanno sottovalutate le piccole spie di disagio. Tra i pochi aspetti positivi emersi nel periodo della pandemia, vi è forse quello di aver sdoganato definitivamente, nella totalità dell’opinione pubblica, la salute mentale. Non è affare che riguarda pochi, i “matti”, i diversi, ma il benessere psicologico è finalmente riconosciuto parte integrante della nostra salute. Anche in psicologia prevenire è essenziale.

Infine, facciamo ciò che ci piace. Ciò che fa star bene, nella maggioranza dei casi, fa bene alla salute.

 

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