BENETTON STORY: LA COLPA E’ DEL FEDELISSIMO MION

di GHERARDO MAGRI – Parlavamo della saga Autostrade, sarebbe più centrato spostare la trama su Edizione Holding, cioè famiglia Benetton, in quanto titolare della cassaforte.

La notizia è il rumoroso siluramento di Gianni Mion, il braccio destro della famiglia dal 1986, grande esecutore delle strategie di Ponzano Veneto. La scelta appariva abbastanza inevitabile, visto il repulisti totale della prima linea e considerato la palude in cui si trova tuttora la gallina dalle uova d’oro del gruppo.

Le recenti intercettazioni di Mion, che dialogando con un professore della Bocconi rivelava “le manutenzioni sulle autostrade le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo meno facevamo… cosi distribuivamo più utili … e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti”, la dicono lunga sullo stile della casa.

Non c’è dubbio che lo spazio di manovra dei top manager sia sempre stato pari a zero, come si addice perfettamente a certi tipi di gruppi familiari. Muscolari, direttivi e sempre a braccetto col potere che conta. Il fil rouge degli alti dirigenti era chiaro e semplice: applicare alla lettera il mandato, anzi fare ancora di più, per andare anche oltre.

Se la decisione era (quasi) inevitabile, non significa però che sia poi così giusta. Perché sa parecchio di scaricabarile, dà l’idea di aver trovato i capri espiatori perfetti, cerca di dimostrare la sterzata riparatoria nella gestione scellerata della società. Come voler dire: ho pescato i miei con le mani nella marmellata e, adesso, prendo provvedimenti. Dovremmo pensare che sia stata riconosciuta, dopo la bellezza di trentun anni (con una piccola interruzione di tre anni) di onorato servizio a 360 gradi, un’ampia discrezionalità decisionale a Mion e agli altri, che in realtà non hanno mai avuto. Non ci crede nessuno.

E poi, tutto ciò arriva sempre “dopo”. Devono irrompere le intercettazioni, devono andare avanti le indagini e scattare le denunce, bisogna che si muova la giustizia, prima che qualcuno prenda delle decisioni. Troppo tardi, troppo facile.

Infine, la scelta del successore di Mion è veramente significativa delle intenzioni dei Benetton. Si tratta di Enrico Laghi, ex commissario Ilva e Alitalia: un giovane boiardo di stato, che dovrebbe soprattutto aggiustare gli strappi istituzionali con il governo, provando a salvare un Titanic già messo in verticale.

“Si tratta di una scelta di chiara matrice tecnica – precisa la nota ufficiale – a favore di un professionista con uno spiccato approccio istituzionale, che gode della piena fiducia di tutti i componenti della famiglia e del consiglio di amministrazione, anche funzionale alla futura individuazione di una figura manageriale che possa accompagnare la società in un cammino di lungo periodo. A Mion va un particolare ringraziamento per una lunga collaborazione iniziata nel 1986 ..”.

Certo, non hanno scelto un manager tosto preso da grandi aziende private, che magari abbia ottenuto risultati veri e che potrebbe provare a riordinare l’assetto della holding. No, prego, non si cambia musica: attenzione massima ai rapporti con le istituzioni, cioè avanti con la stessa musica. Basta cambiare le facce e sceglierne di più giovani, il gioco è fatto. Ma ha tutta l’aria di rivelarsi pura cosmesi.

“Peso el tacon del sbrego” (peggio la toppa del buco), potrebbe essere tranquillamente il titolo delle ultime decisioni. L’unica coerenza che appare chiara è nella stabilità della filosofia di gruppo. I tempi cambiano, molti fatti (terribili) sono accaduti, ma i metodi rimangono saldamenti tradizionali.

Continua…

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