BASTA UNA NAVE PER INCAGLIARE IL MONDO INTERO

di GHERARDO MAGRI – Un’enorme bagnarola portacontainer s’incaglia nello stretto di Suez e l’economia mondiale va in tilt, bùm. La sua grande scritta sulla fiancata “Evergreen” è impietosa e ci ricorda come un banale incidente possa mettere a nudo ancora una volta la fragilità dell’intero sistema planetario. Un classico, appunto.

File chilometriche di navi (almeno 150) che si accatastano, nell’attesa che il pertugio si liberi. Si stima che un terzo del traffico mondiale dei portacontainer si sia bloccato. Hanno già calcolato: 9 miliardi di dollari in fumo ogni giorno. Beni di consumo, componentistica per auto e, soprattutto, petrolio che non può essere consegnato nei tempi previsti, e già si parla di prezzo al barile che schizza in alto con conseguenze pesanti sulla filiera delle materie prime ecc.ecc. Altro che decarbonizzazione, qui dipendiamo ancora dal vecchio oro nero e da tutta la sua filiera, roba da anni ’70.

Nell’era digitale del terzo millennio siamo più abituati ai “crash” dei sistemi o agli hakers che minacciano di diffondere virus letali. La paura si sta spostando dal fisico al virtuale, e stentiamo a mettere in atto piani B anche per queste nuove emergenze. E’ sotto gli occhi di tutti l’incapacità anche solo nel prendere le prenotazioni per il vaccino, o i famigerati click-day, per rimanere in casa nostra.

L’incidente di Suez ci riporta, invece, a guardare in faccia alla realtà, fatta ancora dai trasporti fisici su mare-cielo-rotaia-gomma, quanto più di analogico possa esistere. Non ne possiamo fare a meno e le rotte a disposizioni sono più o meno sempre quelle. L’unica alternativa è la nuova via a Nordest, che collega l’oceano Pacifico con l’Atlantico lungo il Polo, inaugurata già anni fa ma non ancora diventata sicura per un vero traffico commerciale: si pensava che solo nel 2040 potesse essere praticabile, ma il surriscaldamento del pianeta ha sovvertito tutto.

Quando si parla di sviluppo sostenibile è proprio questo il concetto: non possiamo continuare a crescere (anche demograficamente) e a consumare alla faccia del progresso, senza pensare all’impatto devastante che ne deriva. A volte ci sembra un’ipotesi astratta perché magari guardiamo ancora al nostro orticello e ci piace molto migliorare la nostra qualità della vita senza alzare la testa. Ma davvero non vediamo come sono intasate le nostre strade, come siamo imbottigliati col trasporto ferroviario o come riempiamo scriteriatamente oceani e cieli? Nella classificazione delle nuvole si parla addirittura della nuova categoria “scie di condensazione”, rappresentata dagli scarichi di combustibile degli aerei: in particolari condizioni meteo il cielo si ricopre interamente di queste nuvole d’inquinamento. Che ci importa: tutto deve filare sempre liscio e la formidabile catena approvvigionamento-acquisto-consumo non deve avere alcun intoppo.

Di tanto in tanto affondano petroliere giganti, ma noi giriamo la testa distrattamente dall’altra parte. Oggi è il caso di Evergreen e siamo costretti a riaprire gli occhi, anche se ci sembra apparentemente solo un problema di traffico. Ma non lo è. E’ molto di più. E’ l’ennesimo avvertimento, l’ennesima spia che si accende. Basta una tempesta di sabbia, un nubifragio improvviso o, banalmente, errori umani per generare gravi crisi. Non stiamo pensando sul serio alla prevenzione, unica via d’uscita nel medio-lungo periodo, tutt’al più blateriamo e ci riempiamo la bocca di discorsi riciclati. E ovviamente ci sentiamo tutti meglio dando addosso alla Greta, ragazzina viziata e rompiscatole.

A Suez stanno chiamando gli specialisti dei disastri in mare, quelli per intenderci che hanno rimossa la Costa Concordia, per risolvere il problema. Sono sicuro che la rimozione della nave sarà pari a quella che faremo del problema. Il pensiero veloce usa-e-getta vincerà ancora sulla riflessione profonda, perché ragionare con la propria testa richiede decisamente troppo tempo e troppa fatica.

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