BASTA, E’ ORA DI RIPORTARE A CASA CHICO FORTI

di LUCA SERAFINI – A ottobre saranno 21 anni. Da così lungo tempo un italiano innocente è rinchiuso nelle carceri americane, dove sconta un ergastolo per un reato che non ha commesso e al termine di un processo a dire poco lacunoso.

Chico Forti, trentino, velista e produttore televisivo che negli anni ’90 ha fatto fortuna negli Stati Uniti, fino al 15 febbraio del 1998, quando viene arrestato per l’omicidio di Dale Pike, figlio di Anthony Pike, dal quale lo stesso Forti stava acquistando il Pikes Hotel: che non sia un assassino e che l’iter giudiziario sia stato caratterizzato da bugie, tranelli, manipolazioni, forzature e stratagemmi con l’obiettivo chiaro di pervenire a una sentenza di condanna, lo hanno pensato e sostenuto per anni il giudice Ferdinando Imposimato, la criminologa Roberta Bruzzone, che sul tema ha scritto il libro “Il grande abbaglio”, l’avvocato Joe Tacopina, Emma Bonino, ora anche molti politici italiani fino alla presidenza del Senato. Maria Elisabetta Casellati ha scritto una lettera ufficiale, il 27 agosto, in cui garantisce di aver avviato contatti con la Farnesina e la rete diplomatica, in particolare l’ambasciata italiana in America e il consolato italiano a Miami, dove la vicenda Chico Forti si è svolta e dove da più di 20 anni è detenuto. Lo scopo è di riportare il detenuto in Italia.
Nato grazie a organizzazioni volontarie nate spontaneamente e che hanno coinvolto da subito i parenti e gli amici più stretti di Chico, il movimento che sostiene il nostro connazionale si è allargato a macchia sui social (Facebook, Instagram e Twitter forniscono numerosi aggiornamenti quotidiani) ed è esploso in questi ultimi mesi in una vera e propria onda popolare, grazie soprattutto a una serie di inchieste e servizi de “Le iene”, articolati con interviste, testimonianze, documenti che vanno tutti sistematicamente in direzione dell’innocenza dell’italiano detenuto in Florida. Le curve di tifosi negli stadi (fino a quando sono rimasti aperti), le piazze, i municipi, i cartelloni pubblicitari sulle strade, improvvisamente hanno iniziato ad essere tappezzati di striscioni che recitano “Chico Forti libero” o “Giustizia per Chico Forti”. Un numero sempre maggiore di personaggi pubblici hanno dato inizio ad accalorate campagne personali: Giulio Terzi (ex Ministro degli esteri e ambasciatore a Washington), Jovanotti, Marco Mazzoli, Enrico Montesano e la moglie Teresa, Eros Ramazzotti, Maurizio Mattioli, Jo Squillo, Fiorello, Rocco Siffredi, Al Bano, Francesco Monti, Giulia Begnotti e suo marito Diego Abatantuono, il comico Gianluca Impastato, Luca Carboni, Marco Lucchinelli… e la schiera si sta allargando ancora.
Il prossimo appuntamento è un raduno nazionale sabato 12 settembre in piazza Galvani a Bologna, dove dalle 10.30 alle 13 (rispettando rigorosamente tutti i protocolli di sicurezza) si alterneranno sul palco testimoni e attivisti allo scopo di dare un altro colpo all’intervento politico sul caso.

In proposito, un vecchio amico di Chico Forti e tra i più attivi del movimento, Lorenzo Moggio, è ottimista: “Contiamo di riportare Chico in Italia entro ottobre-novembre. La revisione del processo è assolutamente impensabile, così pure la grazia da parte del sistema giudiziario americano, ma siamo molto fiduciosi che – una volta a casa e sotto le autorità italiane – Chico possa godere di libertà per poter incontrare l’anziana madre, le figlie, gli zii che in questi lunghissimi anni non gli hanno mai fatto mancare il loro affetto e il loro supporto”.

Sabina Bruzzano, Barbara Pastore, Karmen Morra e molte altre donne sono impegnate dal primo giorno in questa battaglia in cui mi coinvolsero una decina di anni fa: la paura che la vicenda Chico Forti potrebbe riguardare chiunque di noi e che un connazionale alle prese con una stortura giudiziaria di questa entità sia lasciato solo dal suo Paese, hanno trovato nel sottoscritto terreno fertile per un coinvolgimento, sia pure periferico.

Del resto, i motivi dell’accanimento delle autorità americane nei confronti di Chico Forti sono apparsi molto chiari sin dal primo momento: il trentino aveva lasciato la sua antica professione sportiva, per dedicarsi alla realizzazione di documentari. In uno di questi, fu particolarmente critico ed esplicito nel porre dubbi sulle modalità che portarono all’uccisione del presunto assassino di Gianni Versace, Henry Cunanan, da parte della Polizia di Miami.

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