BANKSY, IL VELTRONI D’ALTO BORDO

di MARIO SCHIANI – “Io sono sempre grande. E’ il cinema a essere diventato piccolo”.

Così si sente rispondere l’aitante William Holden, nella parte di uno scribacchino hollywoodiano, quando in una signora d’età, interpretata da Gloria Swanson, riconosce una diva del muto ormai dimenticata dal pubblico, Norma Desmond. Il film è “Viale del tramonto”, l’anno il 1950, e se il cinema era “piccolo” allora, figuriamoci adesso. Un processo di ridimensionamento che, beninteso, non riguarda soltanto la settima arte, ma anche le altre sei, se è vero, come è vero, che oggi Banksy passa per un gigante, un genio, forse l’artista contemporaneo più importante e influente.

Il terreno, qui, è accidentato, perché Banksy gode di grande reputazione, è stimato dai critici come dal grande pubblico ed è anzi l’unico artista ad avere aperto un costante canale di comunicazione con la gente comune. Lo aiutano, in questo, il mistero che circonda la sua identità, che ne fa una sorta di Zorro della pittura, e l’indubbia capacità di piombare sulle questioni più scottanti e di commentarle con una sintesi veloce e spesso efficacissima, facendo uso di un linguaggio mutuato dal marketing e dalla pubblicità e consegnando i suoi messaggi figurativi ai muri e alle strade, lontano dunque dai musei, luoghi troppo elitari, circoscritti, impermeabili agli umori della società.

Banksy è tutti noi, allora, perché “dice” sempre le cose giuste. Condanna il razzismo (l’ultima sua sortita, su Instagram, accompagnata da un messaggio audio, segnala le proteste per l’uccisione di George Floyd), si schiera con i palestinesi oppressi della Striscia di Gaza, ci richiama ai nostri doveri nei confronti dell’infanzia e dell’ambiente, scaglia strali contro il consumismo e il capitalismo selvaggio, polemizza con il mercato dell’arte, ci ammonisce contro l’alienazione del lavoro, l’arbitrarietà del potere, i pericoli della guerra. Pare un Veltroni d’alto bordo. E proprio lì sta il problema: le “cose” di Banksy sono sempre troppo giuste e troppo puntuali: ci piacciono come ci piacciono i post sui social quando riflettono la nostra opinione e la esprimono con una sintesi di cui personalmente non ci sentiamo capaci. Ecco allora che scatta il nostro “like”, la nostra condivisione, morale ed elettronica. Bravo Banksy, sei tutti noi.

Se però guardiamo alla Storia scopriamo che l’arte non è fatta precisamente da gente che “piace”. Gli Impressionisti si presero risate e sputi prima di impressionare qualcuno per davvero. Il cubismo fu fatto oggetto di scherno. Non solo: certi artisti se l’andarono a perfino cercare. Nel 1917 Duchamp mise un orinatoio su un piedistallo e lo chiamò “Fontana”: credete che tutti ma proprio tutti, allora, gridarono al genio? L’arte, insomma, è spesso fatta da gente che va controcorrente, che aggiunge qualcosa al pensiero comune, a costo di dar fastidio, irritare, creare imbarazzo e confusione.

Non è certo nostro desiderio che, per fare il bastian contrario, Banksy si metta a difendere i razzisti o a elogiare chi inquina i mari. Da lui, e da altri artisti, vorremmo però qualcosa di più, qualcosa che rimanga oltre l’attualità, oltre il presente, e si consegni alla cultura come simbolo, e dunque solo in parte razionale, dell’avventura umana.

Il soggetto de “L’Urlo” di Munch non grida certo per una brutta notizia letta al mattino nel giornale o per essere incappato in un post del generale Pappalardo su Facebook: la sua è piuttosto un’eruzione esistenziale, lo sfogo di un’angoscia non più trattenuta e intimamente connessa alla natura dell’uomo. Così come “L’urlo” ci riporta, e sempre ci riporterà, all’angoscia, il Cristo morto di Mantegna ci pone invariabilmente davanti alla sofferenza, Guernica di Picasso all’orrore che l’uomo fa ricadere su se stesso (e sulla natura) quando sceglie la strada della guerra, la Venere di Botticelli al mistero della grazia, le geometrie di Mondrian all’ordine intrinseco dell’universo, la vernice scatenata di Pollock al suo impenetrabile caos.

Ma viviamo in tempi veloci e Banksy è l’artista perfetto per noi. Bravo lui che l’ha capito, insoddisfatti quei pochi che non si accontentano. Rimane il problema, non proprio da nulla a pensarci, di cosa consegneremo ai posteri. Raccolto il testimone della cultura, non ci muoviamo che di pochi metri: subito, infatti, dobbiamo fermarci per guardare quanti “like” ci aspettano sul telefonino.

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