BABY-STUPRATORI, BABY-GANG: STIAMO FACENDO VINCERE IL BRANCO

L’ultima vittima in ordine di tempo è la quindicenne di Reggio Emilia, stuprata da coetanei. Prima di lei, appena un mese fa, le violenze subite dalle ragazze nella notte di capodanno a Milano e a Roma.

Le vittime tutte donne giovanissime, i carnefici tutti ceffi del branco. Se non giovanissimi, comunque giovani.

Insomma, più spesso “tutti contro una”, rispetto a “uno contro una”.

E’ questa la chiave di lettura degli ultimi tragici eventi.

Tuttavia qualche domanda, leggendo la nuda cronaca, sorge spontanea.

Partendo da Reggio Emilia: lei, un’amica e alcuni compagni di classe, la mattina in cui si consumano i fatti, non vanno a scuola e si ritirano a casa di uno dei ragazzi, non prima di avere acquistato alcolici in quantità.

Ma dove li hanno comprati? E chi li ha venduti?

D’accordo è vero, i quindicenni di oggi, facilmente, vengono scambiati per ventenni e nessuno domanda più i documenti.

Ma andiamo avanti.

Dopo avere bevuto e raggiunto uno stato di ebbrezza oltre il sopportabile, due ragazzi del gruppo abusano dell’unica compagna femmina rimasta con loro (l’amica era andata via).

La vittima, terrorizzata, chiama la sorella e si fa venire a prendere. Scatta così la denuncia e intervengono i carabinieri che, rapidamente, arrestano il padrone di casa colpevole della violenza.

“Mio figlio è un bravissimo ragazzo, non è uno stupratore”, dirà il padre.

E credo che questo genitore abbia ragione, suo figlio non è uno stupratore. O meglio, non è uno stupratore seriale.

Sicuramente è, insieme ai suoi sodali, un pasticcione; lo testimonia anche lo scambio di messaggi WhatsApp con gli amici in cui, tutti spaventati, si dicono l’un l’altro “Fra, siamo nella merda fino al collo”. Tale conversazione è, in più, immediatamente letta dai carabinieri, perché i messaggi sono stati scambiati mentre uno dei colpevoli è già di fronte ai militari per l’interrogatorio. Ingenui, piccoli. Come è giusto essere a quindici anni.

Questo però, è bene dirlo subito, non solleva né lui né gli amici da inequivocabili e oggettive responsabilità, peraltro percepite, (“siamo nella merda”), checchè ne dicano mamma e papà.

La giustizia farà il suo corso e i colpevoli subiranno le conseguenze.

Una cosa è certa: questo episodio segnerà la vita di tutti i protagonisti in maniera indelebile, soprattutto quella della vittima.

Ma avranno imparato qualcosa?

E’ proprio questa la domanda più pesante, quella che mi porta ad una considerazione tanto adulta, quanto amara: possibile che quest’epoca moderna viva di un tale vuoto pneumatico? Dobbiamo proprio rassegnarci a questo nuovo modello di divertimento giovanile, alcol-droghe-branco-stupro, sempre più diffuso, sempre più squallido? Senza parlare della tendenza metropolitana di queste folli baby-gang allo stato brado che organizzano agguati e pestaggi.

Però mi chiedo anche: non sarà che noi adulti (scuola, famiglia, società) non siamo più in grado di insegnare la correttezza? L’apprendimento deve passare per forza dalla brutta esperienza e senza nemmeno la certezza che serva ad avere capito “una volta per tutte”?

Mi piacerebbe pensare di no; mi piacerebbe dire che c’è ancora speranza.

Ma forse, per non dover più riferire del branco in azione, dobbiamo recuperare, noi per primi, la capacità di essere esempio.

E per farlo, come minimo dobbiamo esserci. I più giovani non vanno lasciati soli, là fuori, senza bussola.

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