ARRIVA IL ROBOT TANTO UMANO, COME NON SONO PIU’ GLI UMANI

Se navigate sul web, alla voce “robot” troverete centinaia di notizie su questi umanoidi e scoprirete che sono capaci di fare praticamente qualsiasi cosa: lavare, pulire, fare la spesa, cucinare, sebbene il loro utilizzo più diffuso sia attualmente in chirurgia e non per i generi di confort.

A Pompei ne usano uno a forma di cane capace di scatenarsi contro ladri e tombaroli. Ce ne sono a forma di scarafaggio per scovare superstiti sotto le macerie. Axel (così si chiama) sostituirà gli operai impegnati nella costruzione della galleria Torino-Lione nei punti più pericolosi. Tesla ha annunciato che presto andrà in produzione il robot capace (tra l’altro) di cambiare la gomma di un’auto scegliendo chiavi inglesi e bulloni. I Soft Robotics ispirati ai semi delle piante, alle foglie e agli animali, hanno la capacità di analizzare il suolo, l’aria, i parametri vitali e in futuro segnaleranno emergenze ecologiche e mediche.

Continuava a mancarci il robot sensibile, capace di ridere, piangere, abbracciarci, anche se ne abbiamo già visti tanti nei film e letti sui libri, di robot tuttofare che hanno persino un’anima. “I Pronipoti” li usavano anche come camerieri in un cartone animato di Hanna e Barbera nato nel 1962 (sessant’anni fa!), in cui la popolazione viveva nello spazio, si spostava da casa al bar in astronave, guidata da un robot che se sfiorava un’altra astronave, si spaventava, e per la paura si doveva fermare per evitare un cortocircuito, disponendo appunto di un sistema sensibile. E’ un’ipotesi oggi attualissima, visto come stiamo distruggendo la terra, quella di orbitarci intorno: Hanna e Barbera lo avevano intuito sin da allora.

Adesso però, 18 anni dopo il primo articolo su “Focus” che ne anticipava lo studio, è agli sgoccioli il progetto del robot sensibile, magari non ancora in grado di imprecare con il socio giocando a briscola, ma di abbracciare, accarezzare, consolare e divertire anziani, bambini, persone sole, malati.

Il fatto di averci pensato è di per sé un po’ inquietante e malinconico: dovrebbe sopperire all’attenzione e alla cura di un umano verso un altro umano, in sostanza.

Forse sul tema ingegneri e tecnici sono in ritardo, o forse speravano di non dover mai arrivare a elaborare un uomo meccanico che avesse un cuore.

Si dovrebbe arrivare al prototipo di robot-amico grazie a una sofisticata elaborazione dell’aptica applicata alla tecnologia: l’aptica è la scienza che studia quell’insieme di segnali attraverso i quali gestiamo, regoliamo e comunichiamo l’intimità che abbiamo con i nostri interlocutori. La tecnologia aptica è applicata alla nuova generazione di robot basandosi su quei segnali.

La differenza, nel panorama di quelli già esistenti, fino ad oggi stava appunto nell’uso dei robot per comodità o per fare cose che le strumentazioni di ultima generazione ancora non riescono a fare. Ora invece arriva la tecnologia empatica, per poter fare le veci di un’infermiera o di un prete, di una nonna o di un nipote, di un amico insomma.

Suggestivo, emozionante, ma solo dopo che avremo risposto a una domanda da brividi: questi nuovi robot sensibili dovranno sopperire a mancanza di personale umano, o a mancanza di attitudini che gli umani hanno sempre meno?

Perché, in quest’ultimo caso, è inevitabile che un giorno anche i robot sensibili si stuferanno di noi in carne e ossa.

 

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