ARCURI, AZZECCARNE UNA?

di GIORGIO GANDOLA – È tutto un cannoneggiare. Usando lo stesso linguaggio con il quale proprio lui aveva aperto le ostilità contro il Coronavirus, è tutto un combattere, un incalzare, un voler silurare. Domenico Arcuri, primo colonnello nominato dal premier Conte, è sotto attacco e il motivo è perfino banale: dopo due mesi il «commissario straordinario agli approvvigionamenti» non ha ancora dotato gli italiani di mascherine, tamponi, test sierologici. Se non si fossero messi in proprio regioni, enti locali, donatori privati e nonne volenterose, oggi non riusciremmo a rispettare le norme più elementari contenute dei decreti presidenziali.
Un deficit paradossalmente sostenibile nella Fase 1 (dove noi stavamo sul divano e gli sforzi erano concentrati giustamente su medici e infermieri), divenuto surreale nella Fase 2, quella della porta semiaperta.

La domanda è elementare: perché dopo 60 giorni almeno la metà degli italiani non è stata testata, tamponata e non ha ricevuto un set di mascherine e guanti? Perché non ci sono per tutti, arrivano con il contagocce, gli approvvigionamenti non approvvigionano. E Arcuri è inquadrato dal pericosopio prima dell’affondamento.

Se con la penultima uscita aveva respinto l’assalto degli insopportabili e imperversanti esperti da weekend («avrei voglia di parlare dei liberisti che emettono sentenze da un divano con un cocktail in mano»), con l’ultima si è messo con le spalle al muro come il generale Cadorna a Caporetto. Ha commesso un errore da grand commis dello Stato, da burocrate che fatica a distinguere il tempo di pace da quello bellico. La decisione di imporre le mascherine per tutti a 50 centesimi, di scontato ha ottenuto solo l’effetto di vederle sparire dalla circolazione.

Il prezzo politico le ha fatte evaporare nello spazio, esaurite le scorte nessuno le ha più ordinate, aspettando quelle dello Stato come ai magazzini Gum, a Mosca, negli anni Settanta. Periodo delicato, mercato difficile, concorrenti agguerriti come Stati Uniti, Inghilterra, Germania: i produttori esteri hanno messo l’Italia in fondo alla lista. Ci rivediamo dopo l’estate. I rivenditori già in asfissia per il lockdown, uguale. Così il governo ha dovuto sconfessare Arcuri triplicando in poche ore il valore (1,50) per uscire dalle sabbie mobili. Con o senza Iva? «Bisogna aspettare l’ok dell’Europa». Il commissario commissariato, non è una bella scena.

A difesa di Arcuri c’è un dettaglio d’acciaio. Lui non ha mai gestito alcuna emergenza, le guerre lampo non sono il suo forte. Burocrate dall’abito raffinato e dalla cravatta di Marinella, abile e felpato camminatore fra le boiseries dei ministeri, è amico personale di Massimo D’Alema, ha resistito in trincea durante i governi Berlusconi, è passato oltre le turbolenze renziane, ha superato senza danni perfino le montagne russe dell’esecutivo pop Lega-Movimento 5Stelle.

È un galleggiatore strepitoso, amministratore delegato di Invitalia (agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri). E tutto ciò significa pazienza, relazioni, operazioni di tessitura lenta, strette di mano senza guanti, cene d’affari, briefing ministeriali. Il dottore è fuori stanza. L’esatto contrario di chi ha un problema e decide sapendo che ieri è già tardi.

A chi gli domandava perché non c’erano le mascherine, lui rispondeva alternativamente: «Aspettiamo il marchio CE, la certificazione Iss, domani vediamo». A chi gli chiede quando arriverà l’app Immuni per controllare se il vicino è contagioso (sempre che serva), lui allarga le braccia: «Forse a fine maggio, forse a inizio giugno». Sempre con l’espressione da «che fretta c’è» sul volto. Un tenente Colombo, un Maigret con pipa spenta mentre contro il virus sarebbe servito Starsky o almeno Hutch. Un altro scatto, un altro mondo.

Il commissario Arcuri ha lo stesso alibi di Jessica Rabbitt: non è colpa sua, l’hanno disegnato così.

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