APPLE, ITALIA, E UN NUOVO MODO DI PENSARE

di GHERARDO MAGRI – La notizia di Jeff Bezos che supera 200 miliardi di dollari di patrimonio personale fa il giro del mondo. Le classifiche dei ricconi attirano sempre l’attenzione della gente, anche per puro gossip. Fa molto meno rumore il fatto che, pochi gironi fa, la Apple sfondi il muro dei 2 mila miliardi di dollari come valore di borsa, per la prima volta nella storia. Praticamente il Pil dell’Italia. Ma come, un’azienda che vale quanto un paese, il Belpaese? Siamo sicuri?

Sì, anno dopo anno, le grandi corporation stanno accumulando così tanto valore che ormai potrebbero tranquillamente sedersi al tavolo delle potenti nazioni che compongono il gotha dei vari G7-8-20 e pesare sulle scelte strategiche del futuro. Di fatto e dietro le quinte, queste multinazionali mondiali impattano l’economia reale già in modo significativo. Il grande pubblico se ne accorge di tanto in tanto quando l’Europa rifila certe stangate in fatto di sanzioni ai grandi attori privati, con un retrogusto di malcelata soddisfazione nel fare rientrare queste enormi furbate fiscali. Azioni più che lecite e doverose, peraltro.

Dovremmo però andare oltre, con il ragionamento. La mia riflessione si concentra su come il pubblico e il privato possano collaborare di più per trovare soluzioni in un mondo in cui le risorse scarseggiano e le emergenze sono diventate l’agenda principale di tutti. Gli Stati non possono più permettersi il lusso di ignorare ed escludere queste potenze finanziarie dai loro piani a lungo termine. Semplicemente perché non è più sostenibile e perché spesso i governi non hanno nemmeno più le competenze, l’immaginazione e le visioni giuste per superare l’impasse micidiale in cui ci stiamo cacciando. E le aziende sono, invece, ricche di queste capacità, di queste forze dirompenti che possono essere orientate per il bene comune.

Per essere chiari: non sto dicendo che i principi guida e i valori debbano essere dettati dagli imprenditori, quello spetta sempre alla politica. Ma per tutto il resto, sì. Cito una delle dichiarazione chiave che mi piacciono di più, di un famoso top manager “il successo delle iniziative dipende dal 20% dalla visione e dalla strategia e dall’80% dall’esecuzione efficace dei piani”. Ecco, io sto parlando proprio di quell’80%, in cui le amministrazioni pubbliche si impantanano, si incartano e si schiantano.

A questo proposito, ecco la bella notizia. Nel mondo del business è in atto un movimento evolutivo di grande interesse, che può cambiare in modo strutturale e positivo un certo capitalismo ormai alle corde. E che potrà far convergere le traiettorie pubblico-privato. Parlo del fenomeno delle B-corporation o Benefit Company. Cerco di spiegarlo in parole povere.

Ci sono sostanzialmente due tipi di società, al momento. Le società profit, classicamente costituite per privilegiare al massimo ed esclusivamente gli interessi degli azionisti (shareholder), dall’altra parte ci sono le cosiddette no-profit, società che non perseguono fini di lucro. Sono nate ora le B-corporation o Benefit Company, che si mettono esattamente in mezzo: coniugare l’idea del profitto ma con grande attenzione anche ai portatori di interesse (stakeholder). Sono stati individuati, tra i principali gruppi di interesse: l’ambiente, i dipendenti, i fornitori, la società e le istituzioni. Le regole prevedono che gli obiettivi volti a tutelare questi nuovi soggetti debbano essere scritti in chiaro e comunicati apertamente, oltre a prevedere coinvolgimenti di responsabilità per i vertici aziendali.

E’ una piccola grande rivoluzione, che sta aprendo le porte a un nuovo futuro di responsabilità sociale per le organizzazioni aziendali. Il trend è molto in crescita e anche gli analisti e i fondi finanziari – di solito lo snodo cruciale per capire se le cose decolleranno o no -, danno parere favorevole e suggeriscono di investire in questo senso. Oggi soprattutto nel rispetto dell’ambiente. Ma il resto verrà di conseguenza, ne sono sicuro.

Cito un paio di esempi significativi: Francia 2019. Macron chiama Henri Pinault, CEO di Kering e top manager di riferimento della moda, e lo incarica di chiamare a raccolta i principali attori del settore del lusso, del tessile e della distribuzione per stilare un piano comune a favore dell’ambiente. Così succede, anche piuttosto in fretta. Viene siglato da 56 grandi aziende mondiali, che corrispondono a 250 marchi (adesioni in crescita verticale), il “Fashion pact” con tre obiettivi chiari: arrestare il riscaldamento globale, ripristinare la biodiversità e proteggere gli oceani. Viene presentato anche a un G7, proprio per far capire le loro intenzioni serie. Feroci concorrenti che si mettono insieme per un obiettivo comune e dialogano costruttivamente con gli stati.

America, 2019. Business Roundtable è una grande associazione della Corporate America con oltre 180 imprese (tra le tante, colossi come Apple, Amazon, GE, Walmart, Ford) che impiegano dieci milioni di dipendenti, decide di aggiornare i suoi valori, riformando decenni di tradizione: al centro vengono messi contributi e responsabilità nei confronti di lavoratori, fornitori, ambiente e comunità. Una nuova carta etica, insomma, che riequilibra la missione a favore del sociale e lo fa scommettendo che questo sarà anche un aspetto chiave per il successo futuro.

E l’Italia? Ricordo solo le belle parole di Mattarella, in occasione del convegno “Etica e Impresa” della fondazione Guido Carli, quando invita «a sviluppare il rispetto dei diritti, la tutela dell’ambiente e la sostenibilità, la coesione sociale come valori riconosciuti che tutti siamo chiamati ad attuare: istituzioni, imprese e cittadini».

I segnali sono forti, al momento più per gli addetti ai lavori. Ma il dado è tratto. Ora tocca ai manager non lasciarsi sfuggire questa magnifica occasione per nobilitare il proprio lavoro e per aiutare il mondo a essere migliore.

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