ANCHE PER “LA REGINA DEGLI SCACCHI” DECISIVO IL GIOCO DI SQUADRA

di LUCA SERAFINI – Al primo posto delle serie più viste su Netflix, imperversa “La regina degli scacchi”, impareggiabile affresco che una mia amica intellettuale, con azzeccata sintesi, ha definito “nutrimento puro per i boomers”.

Basata sull’omonimo romanzo del 1983 di Walter Tevis, il titolo originale della miniserie, come quello del romanzo (“The queen of gamblet”) si riferisce al “gambetto di donna”, un’apertura scacchistica. Racconta di un’orfanella, Beth Harmon, che già a 8 anni si innamora di quel mondo a 64 caselle, diventando una bambina prodigio, prima di iniziare a lottare contro alcol e psicofarmaci, nella sua ascesa ossessiva per diventare un grande maestro di scacchi.

Siamo in America, a cavallo appunto degli anni Cinquanta e Sessanta, in pieno boom economico. Le sorprendenti, piccole Annabeth Kelly e Isla Johnston interpretano la Beth bambina, la magistrale Anya Taylor-Joy è Beth adolescente e adulta, adottata dalla signora Marielle Heller (Alma Wheatley, altra interpretazione superba) la quale, abbandonata dal marito, diventerà la sua amica-agente fino alla prematura morte per epatite, schiava anche lei delle stesse debolezze chimiche della figliastra.

La rappresentazione della vita di quegli anni, attraverso uno dei giochi tuttora più popolari al mondo, scorre con sceneggiatura raffinata e fotografia esemplare, sfiorando (ma consentendone una perfetta comprensione) la moda e il costume, la propaganda e persino la religione, l’erotismo e il romanticismo nel complicato approccio degli uomini nei confronti di una donna nella quale dominano solitudine e irrequietezza (sempre riferite all’adolescenza, durante la quale l’anima viene segnata tremendamente dalla fragilità materna e dalla totale assenza paterna).

Di questa storia di pura fantasia, coinvolgente e profonda, il vero fenomeno fu però il suo autore, Walter Trevis appunto, scomparso nel 1984, lasciandoci una produzione di soli 6 straordinari romanzi, di cui ben 4 sono però diventati film di grande successo: “L’uomo che cadde sulla terra” (David Bowie); “Lo spaccone” (Paul Newman), poi il seguito “Il colore dei soldi”, portato sullo schermo da Martin Scorsese e interpretato ancora da Paul Newman e da Tom Cruise; infine, appunto, “La regina degli scacchi”.

Fu un suo compagno delle scuole superiori a far conoscere a Walter il gioco del biliardo e la fantascienza, cui sono ispirati 4 dei suoi 6 romanzi. “La regina degli scacchi” esce dal seminato della sua ispirata produzione, toccando mezzo secolo fa (Trevis era del ’28 e morì nel 1983) temi di psicologia estremamente attuali, in un susseguirsi di intrecci ed emozioni che Anya Taylor-Joy è capace di trasferire allo spettatore, davvero con una straordinaria bravura e un’espressività cui sovente non serve il dialogo per trasmettere emozioni, conducendo a un finale romantico e calzante con la personalità della doppia fuoriclasse: il personaggio e l’attrice che lo interpreta.

Sì, è vero, “La regina di scacchi” è nutrimento puro per i boomers, ma penso lo sarebbe anche per le generazioni più recenti, se avessero attenzione e sensibilità per saper distinguere tra passione e ossessione, se cogliessero quanto conta invece il gioco di squadra anche nei grandi successi individuali. Nella realizzazione personale. Perché è proprio questa, nel finale della bella serie, la chiave di lettura più coerente.

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