ALTRO CHE COVID, POLITICA IN FERIE (FOSSE ALMENO VERO)

di MARIO SCHIANI – Mentre sul nuovo ponte di Genova si dirada il fumo lasciato dall’ultimo passaggio delle Frecce Tricolori, la politica va in vacanza. E’ una vecchia regola del mondo dello spettacolo: sempre uscire su una nota alta. Le annunciate ferie del Parlamento italiano – tre settimane, dall’8 al 31 agosto – armeranno la retorica dei populisti, fermi alla promessa solenne che nell’annata tremenda del Covid nessuno avrebbe lasciato la postazione, anche se i giornali si sono affrettati a precisare che si tratta del periodo di pausa più breve degli ultimi sette anni e che per molti parlamentari, chiamati a partecipare alle sedute delle Commissioni, la vacanza durerà di fatto soltanto 15 giorni. Una circostanza che ha provocato grande apprensione nelle fonderie di tutta Italia, dove ci si preoccupa molto per la salute dei rappresentanti eletti.

In realtà, vorremmo proprio evitare di unirci al coro delle tradizionali lamentazioni nei confronti della politica, dal classico “è tutto un magna magna” all’ironico “in vacanza da cosa?”. Ci costringe a intervenire la consapevolezza che se il Parlamento chiude, la politica resta in servizio permanente effettivo. Insomma, se il Parlamento smettesse di parlare per tre settimane e ricaricasse le batterie per ripresentarsi a settembre bello carico di proposte illuminate, non avremmo nulla da obiettare. Sappiamo bene invece che la politica si limiterà a trasferire in località più congrue al periodo estivo tutto il baraccone di dichiarazioni, tweet, polemiche, invettive, proposte a casaccio, bluff arditi e rilanci arditissimi, chip, vedo, passo, si vergogni, no si vergogni lei, necessario ad alimentare la macchina del rumore che la rappresenta e la tiene in piedi. Mai come in questo periodo, con il portone di Montecitorio chiuso per ferie e i politici schierati sulle spiagge oppure, opzione preferita dai più sussiegosi, affacciati ai microfoni di meeting estemporanei, rassegne letterarie, concorsi di intelligenza e pensosissimi forum aperti sotto l’egida dell’assessorato alla Cultura e al Tempo Libero, ci si rende conto che la Campagna Elettorale Permanente non ha affatto bisogno di istituzioni ma di palcoscenici, ovvero non vede il suo fine nell’esercizio dell’amministrazione dello Stato ma in una vociante quanto perenne dichiarazione di esistenza in vita. Lo spostamento è solo scenografico: il fondale di una commedia che viene sostituito a significare il passaggio dal giorno alla notte, da una piazza a un campo, dalla chiesa alla fontana, da un corridoio a una pineta. La recita intanto rimane la stessa.

Ci sentiamo di assicurare: tutto questo non è populismo o peggio ancora qualunquismo. Proprio il contrario: esprime, magari in termini un po’ ironici, il desiderio di vedere la politica tornare al confronto vero e alla sintesi, nella consapevolezza che gli elementi in gioco – dai partiti con relativi leader e leaderini, alle istituzioni con presidenti, vicepresidenti e facenti funzioni – sono, o meglio sarebbero, indispensabili alla cura del Paese, e rappresentano tutti e ognuno conquiste di garanzia pagate a prezzo altissimo.

Invece, le vediamo ridotte a una sorta di infinito casting dell’Isola dei Famosi e del Grande Fratello 18. Con la differenza che il telecomando ci permette di schivare questi ultimi prodigi dello show business, mentre i politici, prima o poi, saltano sempre fuori. Perché a noi la vacanza dalla loro dabbenaggine mica la concedono: qualcuno che fa la parte del pubblico ci vuole per forza. E a differenza di quanto accade a teatro, in questo caso se si addormenta è meglio.

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