ALLARME MONDIALE: ESPLODONO I PREZZI DEL CIBO

di PAOLO CARUSO (agronomo) – I prezzi mondiali del cibo sono ai massimi da almeno 10 anni, nello scorso mese di maggio il costo dei generi alimentari è cresciuto al ritmo mensile più rapido registrato nell’ultimo decennio.

A darne notizia è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

L’Indice FAO dei prezzi dei prodotti alimentari nel maggio 2021 è salito del 39,7 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

La principale causa di questa repentina impennata è dovuta all’aumento dei prezzi internazionali di oli vegetali, zucchero e cereali. Di queste materie prime gli oli vegetali hanno fatto registrare il rialzo più significativo, soprattutto a causa di una vigorosa domanda internazionale da parte del settore del biodiesel.

Ma il rialzo ha interessato anche i prezzi della carne e dei prodotti lattiero-caseari.

Molto preoccupante è anche lo scenario relativo ai prezzi dei cereali, il cui indice è cresciuto del 36,6% su base annua.

A questi aumenti sta inevitabilmente seguendo una allarmante ripresa dell’inflazione su scala mondiale.

L’esplosione dei prezzi di queste derrate alimentari è in buona parte dovuta ai primi effetti del cambiamento climatico in corso: la siccità nelle principali regioni di coltivazione del Brasile sta paralizzando i raccolti, dal mais al caffè, e la crescita della produzione di olio vegetale è rallentata nel Sud-Est asiatico. Ciò sta aumentando i costi per gli allevatori di bestiame e rischia di mettere a dura prova le scorte globali di grano che sono state esaurite dall’impennata della domanda cinese.

Gli effetti di questo rally dei prezzi dei prodotti di base si stanno già manifestando sugli scaffali dei negozi di ogni parte del mondo.

La situazione potrebbe rivelarsi incandescente soprattutto in alcune delle nazioni più povere dipendenti dalle importazioni, che hanno uno scarso potere d’acquisto e una limitata capacità di tenuta socio-economica, acuita dagli effetti della pandemia.

Molte nazioni stanno cercando di porre un argine a questa situazione. In Russia, ad esempio, si sta introducendo una tariffa all’esportazione per il grano, mentre altri stati come l’Argentina stanno discutendo la possibilità di introdurre un divieto di esportazione di carne bovina.

Nelle nazioni sviluppate, il costo delle materie prime rappresenta solo una frazione del prezzo di vendita degli alimenti sullo scaffale, ma questi aumenti si rifletteranno inevitabilmente e a breve scadenza anche sull’economia familiare.

L’Italia non si può sottrarre a questo destino, anche se viviamo, come al solito, un paradosso di matrice quasi pirandelliana.

Da noi i prezzi sono elevatissimi sullo scaffale, ma non tanto, o non sempre, per i maggiori costi delle materie prime, piuttosto a causa di un sistema di distribuzione che segnala tratti di insopportabile iniquità e insostenibilità.

E’ di questi giorni la protesta di cerealicoltori, frutticoltori e orticoltori che vedono sottopagati i propri prodotti all’origine, ma che poi vedono venduti a prezzi folli sugli scaffali.

Nei giorni scorsi, in Puglia, molti agricoltori anzichè vendere le proprie ciliegie al prezzo di un euro per poi ritrovarle nei punti vendita della Grande Distribuzione Organizzata in bella vista a valori esorbitanti hanno preferito, in segno di protesta, buttarle in mezzo alla strada.

In provincia di Bari, alcuni manifestanti hanno gettato davanti al Municipio del proprio comune intere cassette di ciliegie appena raccolte e tappezzato i muri della città con manifesti listati a lutto che annunciavano la morte della “Ferrovia”, la varietà più coltivata nel territorio.

Contemporaneamente alla crisi del mercato cerasicolo pugliese e in concomitanza con il periodo della trebbiatura del frumento, nei porti della stessa regione si assiste al solito via vai di navi cariche di grano estero.

Questa azione speculativa ha come obiettivo finale la riduzione delle quotazioni del grano “nuovo” locale grazie alla ripresa massiccia delle importazioni dall’estero.

Le azioni di protesta sono le stesse a cui abbiamo già assistito in Sardegna per la crisi del latte e ancor prima in Sicilia per le arance.

Lo strapotere della GDO sta divenendo intollerabile ed è causa dello svilimento del lavoro e della dignità di questi imprenditori e lavoratori.

Lo squilibrio tra il prezzo riconosciuto agli agricoltori e i margini astronomici che la Grande Distribuzione Organizzata garantisce a se stessa è diventato un problema enorme, sempre più pressante e ineludibile.

Il problema va affrontato su più fronti.

Dal lato dei produttori, si impone come necessaria una maggiore capacità di aggregazione e di condivisione di una linea politica comune.

I consumatori devono essere informati sui rischi che questo sistema implica, sensibilizzandoli sulla necessità di rivalutare il prodotto nostrano e di qualità.

La politica deve aprire un serio tavolo di discussione che garantisca prima la sopravvivenza e poi lo sviluppo delle attività locali.

Stiamo parlando dei pre-requisiti necessari alla difesa del proprio territorio, della propria casa e delle proprie radici.

L’alternativa esiste, già si intravede: si chiama abdicazione alla sicurezza e alla sovranità alimentare.

 

 

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